Il Venerdì Santo di Sulmona

Il Venerdì Santo di Sulmona

Il Venerdì Santo di Sulmona: dove il dolore diventa danza e struscio

A Sulmona il tempo, per un giorno, smette di scorrere. Non rallenta: si incrina. Come se ogni lancetta si piegasse sotto il peso di una memoria antica, tramandata non con le parole, ma con il respiro collettivo di un’intera città.

È il Venerdì Santo. Ma chiamarlo così è riduttivo. Qui non è una ricorrenza, è una ferita rituale che si riapre ogni anno per essere guardata, accarezzata, compresa.La scena si prepara in silenzio.

Le strade si fanno strette, anche quando sono larghe. Le pietre sembrano trattenere passi antichi, e i balconi si trasformano in occhi sospesi. Non c’è frenesia, non c’è spettacolo nel senso moderno del termine. C’è attesa. Un’attesa che vibra sotto la pelle.E poi, lentamente, tutto prende forma.

La processione è un connettersi con la danza dello struscio. Si dondola arrestando il tempo,come se fosse sempre stata lì, nascosta tra i vicoli, pronta a riaffiorare. I confratelli avanzano, i volti tirati dall’emozione per lasciare spazio a qualcosa di più grande dell’individuo. Non sono persone: sono simboli in movimento, frammenti di un racconto millenario che si rinnova.

Il nero domina e si fonde al rosso delle stole dei trinitari. Un nero profondo, non lugubre ma solenne. È il colore del lutto, sì, ma anche quello della terra fertile, del grembo che custodisce e prepara.E poi lei.La Madonna.

Non entra in scena: irrompe nel cuore.Il suo volto è un enigma di dolore trattenuto, una bellezza che non consola ma trafigge. È una madre che cerca, che sa, che non può evitare. Il suo percorso non è solo fisico: è un attraversamento interiore, collettivo, quasi universale.

E accade qualcosa di inatteso.A un certo punto, la staticità si spezza.La Madonna corre.

Non è una corsa qualsiasi. È una corsa che contiene secoli di fede, arte, disperazione e speranza. Il suo abito si muove, si solleva, si apre come un respiro improvviso. Il nero lascia intravedere il verde: la vita sotto il lutto, la promessa sotto il dolore.

È un istante che non si guarda soltanto: si sente.Il pubblico non applaude. Trattiene il fiato.

Perché in quel momento Sulmona non è più una città. È un corpo unico, un cuore che batte all’unisono. Tutti vedono la stessa cosa, ma ognuno la vive in modo diverso. C’è chi prega, chi piange, chi osserva in silenzio. E c’è chi, senza saperlo, si ritrova cambiato.

La musica accompagna, ma non invade. Le note sembrano nascere dalle pietre, salire lungo le pareti dei palazzi, insinuarsi tra le pieghe dei vestiti. Non guidano la processione: la sostengono, come un respiro lento e profondo.E mentre tutto accade, una domanda resta sospesa.

Perché, ancora oggi, questo rito continua a parlare?Forse perché non offre risposte facili. Non consola in modo superficiale. Non semplifica il dolore. Lo attraversa.

Il Venerdì Santo di Sulmona è un’esperienza che sfugge alle categorie. Non è solo religione, non è solo tradizione, non è solo spettacolo. È una soglia.Una soglia tra ciò che siamo e ciò che temiamo di essere. Tra perdita e rinascita. Tra silenzio e grido.E quando tutto finisce, non c’è un vero finale.La folla si disperde, le luci cambiano, la città torna lentamente alla sua forma quotidiana. Ma qualcosa resta. Un’eco. Una vibrazione sottile.Come se, per un attimo, tutti avessero visto oltre.

E non potessero più dimenticarlo.

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