U Bummulu e A Quartara
di Pietro Pellegrino
La storia “dubummulu” e “da quartara” rappresenta perfettamente l’arte siciliana del “riuso” e dell’ingegno contadino, capace di trasformare un umile oggetto quotidiano in uno strumento musicale aerofono della tradizione folcloristica.
Le Origini: Una storia di terra, acqua e dominazioni
Sebbene l’uso di anfore binate risalga addirittura ai Sicani e ai Siculi (con influenze dall’antico Egitto), la diffusione e il perfezionamento di questi contenitori in terracotta si devono principalmente a due culture:
1. La cultura Greca (L’etimologia): Il termine bummulu deriva dal greco bombylios o bombyle. Si tratta di una parola onomatopeica che riproduceva il caratteristico suono (gloglo) del liquido che veniva versato o del gas che gorgogliava all’interno.
2. La cultura Araba (La tecnologia): Gli arabi perfezionarono l’uso dell’argilla porosa e introdussero varianti ingegnose come il celebre Bummolo Malandrino. Quest’ultimo è un vero e proprio “inganno d’arte”: si riempie capovolgendolo dal basso attraverso un imbuto interno invertito e, una volta rigirato, non perde una goccia.
Differenza tra Bummulu e Quartara
Nel dialetto e nella vita contadina, i due termini non sono sinonimi esatti, ma indicano dimensioni e usi specifici:
• La Quartara: È il recipiente più grande (simile a una giara, provvisto di due grandi manici), storicamente utilizzato per il trasporto a lungo raggio o la conservazione di grandi scorte di acqua o vino. Era così comune da diventare persino un’unità di misura agraria e di volume prima del Regno d’Italia.
• U Bummulu: Rappresenta la versione più piccola, “da viaggio” o da tavola. I contadini e i pastori lo portavano nei campi per assicurarsi acqua fresca sotto il sole cocente.
La fisica di questi oggetti è affascinante: l’argilla porosa permetteva a una piccolissima quantità d’acqua di trasudare e, evaporando a contatto con l’aria calda esterna, sottraeva calore al liquido interno, funzionando come un frigorifero naturale. Se la cottura dell’argilla non era perfetta, l’oggetto non trasudava, dando vita al celebre insulto siciliano “Facci di bùmmulucrudu” (riferito a una persona traditrice o che delude le aspettative).
Da contenitore a Strumento Musicale: La metamorfosi
Come è diventato uno strumento musicale? La transizione è avvenuta in modo spontaneo e occasionale durante i momenti di festa, di vendemmia o alla fine delle faticose giornate nei campi.
Quando la quartara o il bummulo erano vuoti, i contadini notarono che l’ampia cassa di risonanza della pancia in terracotta amplificava i suoni in modo eccezionale.
• Come si suona: Il musicista non canta dentro il vaso, ma vi soffia dentro obliquamente o vi poggia le labbra producendo una forte emissione di fiato, un po’ come si fa con il collo di una bottiglia vuota ma su scala molto più ampia.
• Il Suono: Il rimbombo genera un suono cupo, grave e profondo, ritmato, che imita quasi l’effetto di un moderno basso acustico o di un didgeridoo australiano.
• Il ruolo nel folklore
Col tempo, u bummulu (o a quartara) è diventato un elemento caratterizzante di molti gruppi folklorici siciliani. Viene utilizzato come strumento ritmico-aerofono per scandire il tempo e accompagnare le sonorità del marranzano (lo scacciapensieri), del tamburello e del friscalettu (il flauto di canna), contribuendo a ricreare atmosfere sonore che affondano le proprie radici nella cultura popolare della nostra Isola.
A questo proposito, ritengo doveroso esprimere la mia totale disapprovazione nei confronti di quei gruppi folklorici che, nell’intento di rendere più spettacolare la propria esibizione, trasformano il bummulu in una sorta di attrezzo da circo equestre, facendolo volteggiare in aria come fosse un semplice oggetto di giocoleria.
Considero questa pratica una mortificazione del significato culturale e simbolico di un oggetto che appartiene alla storia, alla quotidianità e alla memoria antropologica della civiltà contadina siciliana. Il bummulu non è nato per stupire il pubblico con evoluzioni acrobatiche, né può essere ridotto a un espediente scenografico finalizzato a suscitare facili applausi. È, prima di tutto, una testimonianza materiale della nostra tradizione, uno strumento legato a gesti, usi e sonorità che meritano di essere conosciuti, compresi e rispettati.
Il folklore autentico non ha bisogno di trasformarsi in circo per essere spettacolare. La sua forza risiede nella fedeltà alle proprie radici, nella dignità dei gesti tramandati e nella capacità di restituire al pubblico l’anima più genuina della nostra cultura popolare. Quando la ricerca dell’effetto scenico prevale sulla consapevolezza del valore di ciò che si rappresenta, non siamo più di fronte a una valorizzazione della tradizione, ma al rischio concreto di una sua banalizzazione.
Difendere il bummulu da queste improprie esibizioni non significa negare la creatività o la libertà interpretativa dei gruppi folklorici, ma rivendicare un principio per me irrinunciabile: la tradizione siciliana non è un giocattolo da esibire, bensì un patrimonio da custodire, conoscere e tramandare con rispetto e consapevolezza.


