Quando il sud diventa immagine, il silenzio si fà memoria

Quando il sud diventa immagine, il silenzio si fà memoria

di Maurizio Varriano

A Castrovillari, nel nome di Vittorio De Seta, il cinema torna a interrogare l’anima dei popoli. Dal 29 ottobre al 15 novembre, una rassegna internazionale tra documentari, antropologia, tradizioni e storie che chiedono di non essere dimenticate.

Ci sono immagini che non finiscono quando qualcuno spegne lo schermo. Restano dentro, come una voce nella notte, come il rumore del vento fra le case, come il passo lento di un uomo che attraversa la propria terra. Sono immagini che non si limitano a mostrare il mondo: lo restituiscono alla coscienza. È da qui che riparte il viaggio di Vittorio De Seta.

I documentari si guardano con il cuore e con occhi capaci di fermare il tempo dentro una mano che lavora, di riconoscere una civiltà nel profilo di un paese, di sentire il battito di una comunità nel ritmo di una festa, nel canto di una donna, nella fatica silenziosa di uomini che sembrano appartenere a un mondo lontano e invece ci assomigliano più di quanto immaginiamo.

Vittorio De Seta aveva questi occhi e un cuore davvero grande.

Il suo cinema non cercava la realtà: le andava incontro. Non le imponeva una voce: le lasciava il tempo di parlare. Non chiedeva ai suoi protagonisti di diventare personaggi: li riconosceva per quello che erano, uomini e donne immersi nella propria storia, custodi inconsapevoli di gesti antichi, protagonisti di un presente che troppo spesso il mondo attraversa senza vedere.

E forse è proprio qui il segreto della sua grandezza: De Seta non filmava soltanto ciò che stava scomparendo. Filmava ciò che meritava di continuare a vivere.

Dal 29 ottobre al 15 novembre 2026, la Rassegna Internazionale Vittorio De Seta torna a raccogliere questa eredità e a trasformarla in un nuovo itinerario di conoscenza. Castrovillari diventa il luogo di un incontro fra cinema e antropologia, ricerca e racconto, memoria e contemporaneità. Un luogo nel quale le immagini non sono semplici testimonianze, ma finestre aperte sulle vite degli altri, sulle trasformazioni dei territori, sulle identità che resistono e su quelle che cercano nuove parole per raccontarsi.

Non una celebrazione immobile. Non un esercizio di nostalgia ma un viaggio dentro il tempo, là dove il passato non ha ancora smesso di parlarci e il futuro non ha ancora imparato a riconoscere la propria voce.

Il cinema che ascolta, la memoria che respira

Ci sono patrimoni che si conservano negli archivi e altri che continuano a vivere soltanto se qualcuno li racconta.

Un canto può scomparire quando muore l’ultima voce che lo ricorda. Un mestiere può dissolversi quando l’ultima mano smette di praticarlo. Una festa può perdere il proprio significato quando rimane soltanto il gesto esteriore, separato dalla comunità che lo ha generato.

Eppure, a volte, basta una macchina da presa.

Basta uno sguardo capace di attendere, di non interrompere, di non trasformare la vita in una scenografia. Basta qualcuno che comprenda che dietro un rito esiste una visione del mondo, dietro un lavoro una storia di sacrifici e dignità, dietro una tradizione una comunità che cambia mentre cerca di non perdere sé stessa.

È questa la lezione più profonda di Vittorio De Seta. Ed è questa la ragione per cui la rassegna che porta il suo nome continua a interrogare il nostro tempo.

In un’epoca che produce immagini senza tregua, il suo cinema ci ricorda che vedere non significa necessariamente conoscere. Si può guardare tutto e non comprendere niente. Si può attraversare un territorio senza incontrarne davvero gli abitanti. Si può fotografare una tradizione e smarrirne l’anima.

La differenza non sta nell’immagine. Sta nella profondità dello sguardo.

Il documentario etnografico, quando riesce a raggiungere questa profondità, diventa molto più di una forma cinematografica. Diventa una responsabilità. Un atto di attenzione verso ciò che rischia di essere dimenticato, ma anche un modo per restituire dignità a ciò che il racconto dominante considera marginale.

Perché non esistono vite senza storia. Esistono, semmai, storie che nessuno si è ancora fermato ad ascoltare.

Le lettere del Sud, le voci del silenzio

Il programma si apre giovedì 29 ottobre, alle 16, con il workshop dedicato a Michelangelo Frammartino, al Polifunzionale dell’Università della Calabria. Alle 18, al Cinema Unical, sarà proiettato Le quattro volte (2010), film di Frammartino della durata di 90 minuti.

Il cuore della manifestazione si accenderà sabato 7 novembre, alle 17.30, al CineTeatro Vittoria, con la mostra Abissi di Silenzio – Immagini dal film Banditi a Orgosolo, Vittorio De Seta, 1961, a cura di Antonello Zanda e Antioco Floris.

Alle 18 sarà presentato il volume Banditi a Orgosolo – dal film di Vittorio De Seta, di Antioco Floris, edito da Rubbettino. Alle 19, la proiezione del film Banditi a Orgosolo, a cura della Cineteca della Calabria, riporterà il pubblico dentro una delle opere fondamentali del cinema italiano.

Domenica 8 novembre, alle 11, il Protoconvento Francescano ospiterà l’inaugurazione delle mostre in omaggio a Vittorio De Seta: Vittorio De Seta, Lettere dal Sud, a cura di Eugenio Attanasio e Antonio Renda e prodotta dalla Cineteca della Calabria, e Voci dal silenzio: Il lavoro dimenticato, dedicata all’antropologia visiva del lavoro italiano in omaggio al regista, a cura di Franco Megna.

Le mostre saranno visitabili presso i chiostri del Protoconvento Francescano dal 7 al 15 novembre, dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 18.

Due titoli, due prospettive, una stessa urgenza: rimettere al centro ciò che troppo spesso resta ai margini.

Le lettere custodiscono le parole. Le immagini custodiscono i volti. Il lavoro custodisce il tempo degli uomini.

E il silenzio, quando qualcuno gli concede ascolto, smette di essere assenza.

Diventa testimonianza.

La rassegna sembra partire proprio da questa intuizione: ogni comunità possiede un archivio invisibile, scritto nei gesti quotidiani, nelle inflessioni della lingua, nei mestieri, nelle consuetudini, nelle ferite e nelle speranze. Un archivio che non sempre trova posto nei libri di storia, ma che il cinema può riportare alla luce.

Non per trasformarlo in una reliquia. Per restituirgli una possibilità di futuro.

Orgosolo, dove la terra conserva le sue ferite

Sabato 7 novembre, il viaggio raggiunge uno dei luoghi simbolici dell’immaginario di De Seta: Orgosolo.

Alle 17.30, al CineTeatro Vittoria, la mostra Abissi di Silenzio – Immagini dal film Banditi a Orgosolo, Vittorio De Seta, 1961, curata da Antonello Zanda e Antioco Floris, riporta lo sguardo dentro il mondo di un’opera che ha segnato la storia del cinema italiano.

Alle 18, la presentazione del volume Banditi a Orgosolo – dal film di Vittorio De Seta, di Antioco Floris, edito da Rubbettino, accompagna il pubblico in una nuova esplorazione del film e del suo universo. Alle 19, la proiezione dell’opera, a cura della Cineteca della Calabria, riapre sullo schermo quella ferita antica nella quale una vicenda individuale si trasforma nel ritratto di una società.

Orgosolo non è soltanto il luogo di una storia. È il paesaggio morale nel quale quella storia prende forma.

La terra, le pietre, gli animali, i volti, il peso delle giornate: tutto concorre a raccontare una condizione umana nella quale la necessità si intreccia con la libertà, la sopravvivenza con la dignità, il destino personale con le strutture di una società.

In Banditi a Orgosolo, la realtà non ha bisogno di essere abbellita per diventare cinema. È già attraversata da una forza drammatica che lo sguardo del regista sa riconoscere e restituire.

Ci sono film che raccontano una storia. E film che, raccontandola, cambiano il nostro modo di guardare il mondo.

Quello di De Seta appartiene a questa seconda famiglia.

Perché il suo sguardo non imprigiona i protagonisti dentro una definizione. Li lascia esistere nelle loro contraddizioni, nella durezza delle condizioni materiali, nella complessità delle scelte. Non offre scorciatoie morali: chiede allo spettatore di restare, di osservare, di comprendere.

E, soprattutto, di non confondere mai la distanza con la conoscenza.

Le immagini che tornano a parlare

Da lunedì 9 a mercoledì 11 novembre, la Cineteca della Calabria curerà tre appuntamenti dedicati ai documentari di Vittorio De Seta, con proiezioni alle 18.

Lunedì 9 novembre sarà presentata una selezione di documentari realizzati tra il 1954 e il 1959: Lu tempu di li pisci spata (11 minuti), Isole di fuoco (11 minuti), Surfarara (10 minuti), Pasqua in Sicilia (11 minuti), Contadini del mare (10 minuti), Parabola d’oro (10 minuti), Pescherecci (10 minuti), Pastori di Orgosolo (11 minuti), Un giorno in Barbagia (10 minuti) e I dimenticati (20 minuti).

Martedì 10 novembre, alle 18, sarà proiettato In Calabria (1993), documentario di Vittorio De Seta della durata di 83 minuti, realizzato in 16 mm a colori. Il film, con regia, fotografia e montaggio di De Seta, si avvale della collaborazione alla fotografia di Giovanni Secchi, dell’assistenza al montaggio di Elisabetta Innocenzi, del lavoro al suono di Lorenzo De Seta e della voce di Riccardo Cucciolla. La produzione è Rai 1 circuito – 5 Stelle Lory Film, con distribuzione RAI Radiotelevisione Italiana.

Mercoledì 11 novembre, alle 18, sarà proiettato Dedicato ad Antonino Uccello di Vittorio De Seta, realizzato nel 2002. Il documentario, in video a colori, ha una durata di 35 minuti. La fotografia è di Edelweiss Cinaglia, il montaggio di Marzia Mete e il missaggio di Daniele Turchetta.

Tre appuntamenti che trasformano il cinema in una forma di ritorno: ritorno alle immagini, certo, ma anche a quelle domande che il tempo non ha cancellato.

Che cosa rimane di una comunità quando scompaiono i suoi antichi equilibri? Che cosa perdiamo quando un sapere non viene trasmesso? Come si racconta un mondo senza ridurlo a un’immagine esotica, a una cartolina, a una nostalgia rassicurante?

La risposta non è mai semplice. E forse proprio per questo il cinema di De Seta continua a parlarci.

Le sue opere non chiedono di rimpiangere un passato idealizzato. Ci invitano, piuttosto, a riconoscere la ricchezza e la durezza della vita reale, a comprendere che ogni civiltà è fatta di bellezza e fatica, di appartenenze e conflitti, di gesti tramandati e trasformazioni inevitabili.

Il passato, in questa prospettiva, non è una porta chiusa alle nostre spalle.

È una presenza che ci accompagna, spesso senza che ce ne accorgiamo.

Martedì 10 novembre, il programma si apre anche agli studenti, con due presentazioni del libro Vittorio De Seta, Lettere dal Sud, di e con Eugenio Attanasio: alle 9 nell’auditorium dell’ITIS e alle 10.30 nell’auditorium dell’istituto di Ragioneria.

È un passaggio significativo. Perché la memoria non può essere affidata soltanto a chi già la conosce. Deve raggiungere chi ancora non sa di averne bisogno.

Ogni generazione eredita un mondo che non ha costruito interamente. Il suo compito non è ripeterlo, ma imparare a leggerlo, riconoscerne le radici e trovare le parole per trasformarlo.

La macchina da presa come strumento di verità

Il 12 e il 13 novembre, l’Università della Calabria diventa uno dei centri di riflessione della rassegna.

Giovedì 12 novembre, alle 14.30, al Polifunzionale dell’Unical, il workshop di Antonio Martino, Lenti sul margine: sguardo etnografico e narrazione nel film Niguri, mette al centro la relazione fra osservazione e racconto, fra il rigore della ricerca e la necessità di trovare una forma capace di restituire la complessità del reale.

Alle 18, sempre al Polifunzionale dell’Unical, seguirà la proiezione di Niguri, di Antonio Martino, della durata di 50 minuti. Alle 19 sarà proiettato Fuoco contro fuoco. Una pratica di guarigione in Barbagia, di Ignazio Figus, della durata di 53 minuti.

Venerdì 13 novembre, alle 10, il workshop di Ignazio Figus e Gianfranco Donadio, La macchina della verità. Il cinema di osservazione nella ricerca etnografica, approfondisce il rapporto fra cinema e ricerca, fra ciò che la macchina da presa registra e ciò che lo sguardo umano è chiamato a comprendere.

È qui che l’eredità di De Seta incontra le domande del presente.

La tecnologia cambia. I linguaggi si moltiplicano. Il mondo corre. Ma rimane intatta la questione essenziale: come avvicinarsi alla vita degli altri senza cancellarne la complessità?

La macchina da presa non è innocente. Ogni inquadratura sceglie. Ogni montaggio stabilisce relazioni. Ogni racconto illumina qualcosa e lascia qualcos’altro nell’ombra.

Per questo documentare significa assumersi una responsabilità: verso le persone filmate, verso i luoghi attraversati, verso il pubblico che riceverà quelle immagini.

Non basta essere presenti. Bisogna sapere come esserci.

Non basta registrare una voce. Bisogna comprendere il mondo che quella voce porta con sé.

La verità del documentario non nasce dal possesso della realtà, ma dalla capacità di avvicinarsi a essa senza smettere di interrogarla.

Il concorso: il presente entra nell’inquadratura

Venerdì 13 novembre, alle 17, cominciano le proiezioni dei film in concorso.

Terra incognita di Enrico Masi, della durata di 90 minuti, e Nella colonia penale, di Alberto Diana, Gaetano Crivaro, Silvia Perra e Ferruccio Goia, della durata di 82 minuti, aprono una nuova finestra sul documentario contemporaneo.

Alle 21 sarà la volta di Canone effimero, di Gianluca e Massimiliano De Serio, della durata di 120 minuti.

Sabato 14 novembre, alle 10, il workshop di Marco Lutzu, Filmare le interviste, al Protoconvento Francescano di Castrovillari, riporta l’attenzione sulla parola, sull’incontro e sulla delicata relazione che nasce quando una persona accetta di raccontarsi davanti a una macchina da presa.

Alle 16, al CineTeatro Vittoria, il concorso prosegue con Lo spirito delle stagioni di Alessandro Cattaneo, della durata di 83 minuti; Cutro 94…and more di Angelo Resta, della durata di 55 minuti; e Su maistu di Gianfranco Cabiddu, della durata di 96 minuti.

Titoli diversi, autori diversi, differenti possibilità di interpretare il presente. Un insieme di opere che porta nel cuore della rassegna la pluralità degli sguardi e la necessità di continuare a interrogare le trasformazioni della società.

Il documentario non è una finestra affacciata su un mondo immobile. È una finestra che si apre mentre il mondo sta cambiando.

E proprio in questa apertura risiede la sua forza.

Il concorso, allora, non è soltanto una competizione fra opere. È un incontro fra sensibilità, metodi di ricerca, linguaggi cinematografici e modi differenti di dare forma alla realtà. È la dimostrazione che l’eredità di un maestro non si custodisce chiedendo a tutti di imitarlo, ma offrendo a nuovi autori lo spazio per trovare la propria voce.

Il modo più autentico di essere fedeli a De Seta è continuare a guardare dove altri non guardano.

E avere il coraggio di raccontarlo.

Quando la tradizione torna a essere presente

Sabato 14 novembre, alle 21.30, il programma si apre anche alla dimensione della festa, con lo spettacolo del Gruppo Folklorico Pro Loco di Castrovillari al Teatro Sybaris, nel Protoconvento Francescano.

È un momento che restituisce alla rassegna una delle sue questioni fondamentali: il rapporto fra rappresentazione e vita, fra patrimonio culturale e comunità, fra la necessità di conservare e quella di continuare a praticare.

Una tradizione non è soltanto qualcosa che si osserva. È qualcosa che si fa.

Vive nel corpo di chi danza, nella voce di chi canta, nella memoria di chi insegna un passo, tramanda una melodia, prepara una festa, indossa un costume, ripete un gesto e, ripetendolo, lo trasforma.

La cultura popolare non è una teca di vetro. È un organismo che respira.

A ricordarcelo è anche la prospettiva della Federazione Italiana Tradizioni Popolari ETS, presieduta da Gerardo Bonifati, che riconosce nella ricerca, nella documentazione e nella divulgazione strumenti essenziali per comprendere il patrimonio delle comunità.

La tradizione, infatti, non sopravvive perché rimane identica. Sopravvive perché trova qualcuno disposto a riceverla, interpretarla e trasmetterla.

È un passaggio di mani, di voci, di generazioni.

Il Premio Vittorio De Seta si colloca dentro questa continuità: mette in relazione le esperienze delle comunità, il lavoro degli studiosi, la sensibilità degli autori e la forza del cinema. Non per trasformare il patrimonio culturale in una formula immutabile, ma per riconoscere nelle sue trasformazioni una parte essenziale della sua stessa storia.

L’ultima pagina è ancora da scrivere

Domenica 15 novembre, alle 10, al Protoconvento Francescano, la proiezione dei filmati dei gruppi riporta al centro le immagini delle comunità e delle loro esperienze. Alle 17, sempre al Protoconvento Francescano, la cerimonia di premiazione della Rassegna Internazionale Vittorio De Seta di Documentari Etnografici 2026 concluderà il percorso.

Ma una rassegna dedicata alla memoria non può finire davvero con una premiazione.

Finisce una programmazione. Si spengono le luci. Gli spettatori tornano nelle proprie case. Le immagini rimangono.

Rimane il volto di qualcuno incontrato sullo schermo. Rimane un gesto che sembrava insignificante e improvvisamente acquista un senso. Rimane una voce che arriva da lontano e, per una ragione difficile da spiegare, sembra parlare proprio a noi.

Forse è questo il potere più profondo del cinema: rendere vicino ciò che credevamo distante, dare un volto a ciò che avevamo dimenticato, restituire una storia a chi rischiava di esserne escluso.

E forse è proprio questo il significato più autentico del Premio Vittorio De Seta, nel solco della visione culturale della Federazione Italiana Tradizioni Popolari.

Come acclama Gerardo Bonifati, presidente della Federazione Italiana Tradizioni Popolari, fulcro della manifestazione insieme alla Regione Calabria, il Comune di Castrovillari, l’Università della Calabria e tanti altri amici che dedicano la loro missione politica e associativa, la memoria non deve limitarsi a essere conservata. Deve diventare conoscenza, racconto, possibilità di futuro.

Il Premio può essere immaginato come un grande libro aperto, nel quale ogni documentario aggiunge una pagina e ogni comunità ritrova la possibilità di essere protagonista della propria storia.

Non un libro che pretende di contenere tutto. Un libro che continua a lasciare spazio.

Spazio alle voci dimenticate. Ai territori meno raccontati. Ai saperi che resistono lontano dai riflettori. Alle nuove generazioni che cercano un linguaggio per comprendere ciò che ricevono in eredità.

È questa la sfida che il nome di De Seta consegna al presente: imparare a vedere senza consumare ciò che vediamo, raccontare senza semplificare, conservare senza immobilizzare.

Perché la memoria non è una fotografia ingiallita appesa alla parete del tempo.

È una fiamma. E ogni generazione decide se lasciarla spegnere o proteggerla dal vento.

Il Sud, nelle immagini di De Seta, non è mai stato soltanto una terra da osservare. È stato un mondo da ascoltare, una civiltà da comprendere, una voce da restituire alla storia. Ed è ancora questo, oggi, il compito di chi sceglie di raccontarlo: non trasformarlo in un’immagine rassicurante, ma riconoscerne la complessità, le ferite, la bellezza e la capacità di reinventarsi.

Dal 29 ottobre al 15 novembre, Castrovillari si prepara così a diventare una soglia: fra il visibile e l’invisibile, fra ciò che abbiamo ereditato e ciò che ancora non sappiamo di poter tramandare.

E quando l’ultima proiezione sarà terminata, quando l’ultimo applauso avrà lasciato il posto al silenzio, forse resterà proprio questo. La consapevolezza che nessuna comunità è davvero perduta finché qualcuno continua a raccontarla.

Che nessuna tradizione è davvero morta finché qualcuno ne comprende il significato. Che nessuna immagine è davvero finita finché continua a generare domande.

Vittorio De Seta ci ha insegnato a guardare gli uomini senza separarli dalla loro terra. Il suo cinema ci consegna ancora oggi una verità semplice e immensa: per salvare una memoria non basta ricordarla. Bisogna darle una voce.

E per darle una voce bisogna, prima di tutto, saper ascoltare.

Perché il futuro, qualche volta, comincia così: con qualcuno che si ferma, guarda il mondo e decide che vale ancora la pena raccontarlo.

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