La tradizione è la profezia del futuro
di Maurizio Varriano
Un augurio alla Federazione Italiana Tradizioni Popolari dopo il Premio Internazionale Giuseppe Cocchiara 2026
Spesso gli uomini costruiscono torri per raggiungere il cielo finendo per dimenticare la terra.
Tempi in cui tutto si misura, tutto si consuma, tutto viene sostituito prima ancora di essere compreso. Tempi in cui il nuovo pretende di essere eterno e l’antico viene condannato al silenzio, come se la memoria fosse una colpa e le radici un impedimento alla libertà.
Eppure, sotto la polvere delle epoche, qualcosa continua a vivere.
Un canto attraversa il buio. Una madre consegna una parola a suo figlio. Mani invisibili ripetono gesti antichi. Una comunità si raccoglie attorno a un rito, una festa, una danza. E ciò che sembrava perduto si rialza dalla terra, come il seme dopo l’inverno, come la luce dopo la notte, come una promessa che nessun tempo è riuscito a spezzare.
È da questo mistero che dobbiamo ripartire.
Perché la tradizione non è il passato che resiste al futuro: è il futuro che cerca le proprie radici.
È questa la sfida alta, necessaria, persino sacrale, che la Federazione Italiana Tradizioni Popolari raccoglie nel nome di Giuseppe Cocchiara. Non difendere le ceneri, ma custodire il fuoco. Non imbalsamare la memoria, ma restituirle il respiro.Non chiedere al mondo di tornare indietro, ma ricordargli che non esiste cammino verso il domani senza una coscienza di ciò che siamo stati.
Il Premio Cocchiara, nella sua edizione 2026, appena celebrata tra Catania e Mistretta, ci consegna una testimonianza preziosa: attraverso il riconoscimento a Giordana Charuty, la ricerca antropologica riafferma il valore di quei linguaggi simbolici, di quelle pratiche, di quei gesti e di quelle credenze nei quali le comunità hanno affidato, nei secoli, le domande più profonde dell’esistenza.
E Mistretta, con la sua storia e la sua vocazione culturale, diventa ancora una volta luogo d’incontro fra il sapere e la vita, fra la ricerca e la comunità, fra ciò che gli uomini studiano e ciò che gli uomini continuano a essere.Ma ogni premio, se vuole davvero onorare il passato, deve avere il coraggio di interrogare il futuro.
E allora domandiamoci: che cosa resterà dell’uomo quando avrà affidato alle macchine ogni memoria, alle immagini ogni emozione, alla velocità ogni attesa? Che cosa resterà delle comunità quando nessuno avrà più tempo per ascoltare gli anziani, per apprendere un canto, per riconoscere il significato di una festa, per comprendere il silenzio custodito dentro un gesto?
Non abbiamo paura delle macchine. Abbiamo paura di un mondo nel quale l’uomo, pur potendo ricordare tutto, non sappia più che cosa merita di essere ricordato. Non abbiamo paura del futuro. Abbiamo paura di un futuro senza coscienza, senza appartenenza, senza gratitudine.
È qui che la tradizione diventa una sfida alla modernità: non perché rifiuti il nuovo, ma perché gli chiede di essere umano. E in questa sfida c’è qualcosa di antico e di profetico.
Come nella Genesi, quando la vita viene chiamata a nascere dal caos; come nei profeti, quando una voce si leva nel deserto per annunciare che non tutto è perduto; come nella promessa del seme che muore nella terra e proprio morendo prepara la propria rinascita, così le tradizioni popolari ci insegnano che ciò che scompare alla vista non è necessariamente morto.
Talvolta attende soltanto qualcuno capace di riconoscerlo.Talvolta attende una voce.Talvolta attende una generazione.
Ecco la grande responsabilità della FITP: essere quella voce, preparare quella generazione, mantenere aperta quella soglia attraverso la quale la memoria torna a farsi vita.
Non una memoria immobile, chiusa dentro le teche della nostalgia, ma una memoria che cammina, discute, cambia, si lascia interrogare. Una memoria che riconosce nelle donne protagoniste della cultura popolare, nei giovani, nei gruppi folkloristici, negli studiosi e nelle comunità non semplici custodi di un’eredità, ma autori di una storia ancora incompiuta.
Lo ha ricordato anche il percorso dell’edizione 2026, con l’incontro Tradizione e Donna: la cultura popolare non è un monumento senza voce, ma un organismo vivo, attraversato dalle trasformazioni, dalle lotte per la dignità e dalla possibilità di immaginare una società più giusta.
Perché la tradizione autentica non impone il silenzio: restituisce la parola.Non inchioda l’uomo al suo destino: gli permette di comprenderlo e, quando necessario, di cambiarlo.Non divide necessariamente i popoli: può diventare il luogo nel quale ciascuno riconosce la propria identità e impara a rispettare quella degli altri.
E allora, alla Federazione Italiana Tradizioni Popolari, rivolgiamo un augurio che è anche un mandato.
Siate custodi del fuoco, ma non temete il vento.Siate fedeli alla memoria, ma non rinunciate al coraggio di interrogarla.Siate radici profonde e rami aperti al cielo.
Abbiate la forza di raccogliere ciò che sta scomparendo, la pazienza di studiare ciò che non si comprende, l’umiltà di ascoltare chi non ha mai avuto voce, la lungimiranza di affidare ai giovani non un mondo già concluso, ma una storia da continuare.
E possa il Premio Cocchiara rimanere una luce accesa lungo questo cammino: un luogo in cui la scienza incontra l’esperienza, il pensiero incontra la comunità e la cultura popolare rivela tutta la sua inesauribile dignità.
Perché verrà sempre un giorno in cui il mondo, stanco del proprio rumore, cercherà nuovamente il silenzio delle origini.
Cercherà una parola che non sia stata comprata, un canto che non sia stato prodotto in serie, una festa che non sia soltanto spettacolo, una comunità nella quale nessuno debba domandarsi se appartiene ancora a qualcosa.
E quel giorno, se avremo saputo custodire il nostro patrimonio umano, troverà ancora qualcuno disposto ad accendere il fuoco.Troverà ancora una mano che insegna.Una voce che racconta.Un popolo che ricorda.
E allora comprenderemo che il nostro compito non era quello di impedire al tempo di passare, ma di impedire all’umanità di perdersi mentre il tempo passava.
Questo è il mio augurio alla Federazione Italiana Tradizioni Popolari.
Che abbia la forza di attraversare il secolo senza smarrire la propria anima. Che sappia trasformare ogni ricerca in conoscenza, ogni conoscenza in coscienza, ogni coscienza in responsabilità. Che non si accontenti di celebrare ciò che siamo stati, ma contribuisca a costruire ciò che possiamo ancora diventare.
E che il nome di Giuseppe Cocchiara continui a ricordarci che studiare le tradizioni popolari significa studiare l’uomo: le sue paure, le sue speranze, i suoi simboli, il suo bisogno di appartenere e la sua ostinata capacità di ricominciare.
A Mistretta, a chi ha reso possibile questa edizione, a Giordana Charuty, alla comunità scientifica, agli artefici della cultura popolare e ai giovani ai quali consegniamo questa eredità, vada dunque un augurio che è promessa e invocazione.
Che nessuna voce sia condannata all’oblio soltanto perché appartiene a un tempo lontano.Che nessun sapere venga giudicato inutile soltanto perché non produce ricchezza immediata.Che nessuna generazione cresca senza conoscere la bellezza di ciò che ha ricevuto e la responsabilità di ciò che dovrà trasmettere.
E quando il futuro busserà alle nostre porte, non ci trovi immobili a contemplare le rovine del passato.
Ci trovi in piedi.Con le mani sporche di terra e gli occhi rivolti alle stelle.Con la memoria alle spalle e la speranza davanti.Con il coraggio di chi sa che ogni eredità è un debito d’amore verso coloro che verranno.
Perché il fuoco non ci è stato consegnato per essere posseduto.Ci è stato affidato perché non si spenga.
Custodire è credere. Trasmettere è sperare. Rinnovare è continuare a vivere.
E se davvero esiste una profezia capace di attraversare i secoli, è questa:finché un popolo saprà raccontare la propria storia, nessun futuro potrà dichiararlo sconfitto.
La tradizione non è il tramonto di un mondo.
È l’alba che quel mondo affida a chi verrà dopo di noi.
