Realizzare la fratellanza nella «Torre di Babele»

img

Gli uomini sono esseri sociali che, come da tempo è noto agli etologi e agli antropologi, rispetto agli altri animali, hanno il privilegio di elaborare simboli, quindi di produrre sistemi di comunicazione e così trasmettere alle generazioni a venire il proprio patrimonio culturale; hanno, inoltre, il vantaggio, proprio grazie all’elaborazione simbolica, di aver razionalizzato il lavoro con il quale produrre beni per se stessi e per gli altri.

Da tali privilegi e vantaggi derivano ancora la socializzazione e la reciprocità espresse e comunicate proprio tramite il linguaggio, il quale costituisce, di fatto, un complesso apparato simbolico, per mezzo del quale si caratterizzano e si distinguono le differenti specificità identitarie dei particolari gruppi umani che, in quanto tali, si distinguono in diverse realtà linguistico-cultruali ed etnico-sociali. Da qui il multiculturalismo al quale si connette la multietnicità, entrambi espressi, nelle diverse concezioni religiose, da specifici miti di fondazione differenzianti realtà etniche e razziali, alle quali corrispondono le alterità linguistiche e culturali. Nella tradizione semitico-mediterranea è un esempio interessante la tradizione della «Torre di Babele» dove, tramite il racconto mitico, gli uomini scoprono le proprie diversità culturali e, quindi, la propria e l’altrui specificità etnica. Su tali differenze, infatti, sono state costruite storicamente le differenti culture, sulle quali si sono identificati i vari popoli, ciascuno con i propri apparati simbolici e le proprie tradizioni, ovvero, con le proprie concezioni e la propria storia. Sebbene gli uomini posseggano il presupposto istintivo della socializzazione, la constatazione della diversità e delle alterità del proprio gruppo sociale rispetto agli altri, spesso li ha condotti ad ostilità nei confronti di quei gruppi considerati differenti e, quindi, nemici; essi sono arrivati perciò a farsi la guerra, adottando così la reciprocità in senso negativo per il predominio sugli altri al fine di sfruttarne il lavoro e i beni; la diffusione ecumenica, in tutte le culture del passato, dell’istituto della schiavitù ne costituisce una significativa testimonianza.

Gli uomini, tuttavia, grazie al dono della ragione, come da tempo hanno dimostrato gli illuministi, sono stati in grado di uscire dalle specula tribus e superare l’hobbessiano homo homini lupus (Leviatano, 1651), elaborando e realizzando, con il contratto sociale, in diversi contesti, i principi di uguaglianza umana e quelli etici di fratellanza reciproca, proposti e attuati nel quadro di concezioni salvifiche religiose a respiro universale: il Cristianesimo che supera l’esclusivismo etnico dell’Ebraismo e il Buddismo che si oppone alla rigidità sociale delle caste dell’Induismo costituiscono esempi storici interessanti per cogliere la complessa fenomenologia attraverso la quale si è giunti, abbastanza recentemente, ad elaborare, proporre e istituire, rispetto ad un antico passato egoistico, nozioni rivoluzionarie di «libertà, uguaglianza e fratellanza» fra gli uomini e, quindi, a stabilire l’universalità dei diritti umani, fra i quali il diritto alla vita, essenziale e fondante per il moderno vivere sociale.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo decisa dall’assemblea generale dalle Nazioni Unite è una conquista culturale e politica abbastanza recente; ha appena 70 anni, è stata emanata nel 1948 e si colloca nel quadro internazionale immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale; costituisce, di fatto, un’immediata giusta reazione politico-culturale agli atroci genocidi e ai tremendi olocausti etnici avvenuti soprattutto durante la guerra, a causa delle concezioni razziali elaborate e divulgate nel quadro delle concezioni politiche del nazifascismo; inoltre, nel contesto politico internazionale allora distinto in due differenti e opposte concezioni economiche, quella liberistica e quella collettivistica, in base alle quali veniva suddiviso il mondo, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, in tutti i casi, si pone come una prospettiva da realizzare nel contesto delle differenti ideologie che hanno caratterizzato quelle due opposte concezioni; dal 1948 fino ad oggi, ciascun blocco ha accolto, interpretato e rispettato i diritti umani secondo la propria visione concezione statuale, sebbene, in quanto principi generali assoluti, la Dichiarazione si fondi sui seguenti quattro indirizzi che storicamente, in molti paesi, non sono stati rispettati completamente e in altri sono ancora da adottare: 1) diritti alla persona (alla vita, alla libertà, all’eguaglianza, alla sicurezza); 2) diritti dell’individuo in rapporto con i gruppi sociali a cui partecipa (diritto alla cittadinanza, alla libertà di movimento all’interno e all’esterno dello stato nazionale); 3) diritti politici; 4) diritti esercitati in campo culturale, sociale ed economico.

Nella realtà contemporanea, dopo le disastrose esperienze di due guerre mondiali, numerose altre guerre e dopo il fallimento delle ideologie totalizzanti elaborate nei secoli XIX e XX, dopo i numerosi conflitti locali degli ultimi cinquant’anni, sebbene il complesso processo di globalizzazione economica, tramite il quale si tende a livellare e ad omologare tutte le differenze culturali ed etniche, attualmente sono nuovamente rifioriti antichi esclusivismi identitari basati sulla religione che fomentano l’intolleranza e, quindi, rendono difficile la realizzazione del progetto della «fratellanza fra gli uomini» sotteso nei principi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Un’ipotesi operativa per la costruzione di un’identità umana universale, nella quale tutte le culture, le ideologie e le concezioni religiose possano ritrovarsi, riconoscersi e accettarsi – anche se questa soluzione ora può apparire utopistica – forse potrebbe essere basata nell’accogliere come metodo e metro di giudizio quello offerto dal relativismo, piuttosto che il ritenere di possedere a priori, cioè in termini assoluti, la verità e il primato del proprio essere ed esserci nel mondo.

Il rispetto e la validità delle culture e delle storie degli “altri”, in quanto diversi da “noi”, sono i presupposti della scelta relativistica sulla quale si potrebbe basare in un futuro ancora da costruire una concreta fratellanza fra gli uomini; in questo modo, questi, nella grande «Torre di Babele», cioè, nella terra, dove finora non si sono capiti, perché ciascuno parla la propria lingua in modo indipendente dagli altri, comincerebbero ad ascoltarsi e ad intendersi utilizzando il linguaggio universale della reciproca accettazione, ovvero, della reciprocità positiva che, da sempre, ha consentito di realizzare tra gli uomini rapporti sociali d’intesa e di accordo.

trebbe basare in un futuro ancora da costruire una concreta fratellanza fra gli uomini; in questo modo, questi, nella grande «Torre di Babele», cioè, nella terra, dove finora non si sono capiti, perché ciascuno parla la propria lingua in modo indipendente dagli altri, comincerebbero ad ascoltarsi e ad intendersi utilizzando il linguaggio universale della reciproca accettazione, ovvero, della reciprocità positiva che, da sempre, ha consentito di realizzare tra gli uomini rapporti sociali d’intesa e di accordo.