L’antropologia visuale

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Con un semplice telefonino che dispone di un ottimo obiettivo attualmente si possono scattare fotografie e girare documentazioni cinematografiche che, con un po’ di attenzione, possono risultare ottimi documentari antropologici. Tuttavia, se questo è per tutti ormai possibile grazie all’odierno sviluppo tecnologico dei mezzi di riproduzione di immagini, per realizzare buone riprese è opportuno tenere presente non solo le regole, ma anche la storia della antropologia visuale dalla quale si possono trarre stimoli e indirizzi per i documentari.

Il riconoscimento dell’importanza dell’antropologia visuale è avvenuto negli anni ’70 del secolo scorso; nel 1973 a Chicago fu organizzata la Internetional Conference of Visual Anthropology, che stabiliva definitivamente l’uso del film come strumento di ricerca e di documentazione etnografica. Gli atti del congresso vennero ufficialmente pubblicati nel 1975 in Principles of Visual Anthropology. Quindi, nel 1997, nel volume Rethinking Visual Anthropology furono considerate nell’ambito dell’antropologia visuale le documentazioni effettuate con la fotografia, con la cinematografia, con le riproduzioni elettroniche, con la pittura, la scultura e con le varie forme di riproduzioni di cultura materiale.

L’antropologia visuale permette uno studio autonomo e dettagliato di qualsiasi fenomeno culturale. Consente di riprodurli in modo realistico sebbene visti secondo una data prospettiva scelta dall’operatore. Quindi, la documentazione etnografica realizzata con fotografie e con il cinema serve a chiarire e specificare meglio la realtà descritta con le parole. Infatti, con l’antropologia visuale si identificano i problemi individuati con le indagini sul campo.

L’impiego della macchina fotografica e della cinepresa tuttavia risulta condizionato, come si è già accennato, dalla pregressa formazione etno-antropologica dell’operatore che deve conoscere in anticipo il fenomeno da fotografare e da filmare.

Prima dell’invenzione della fotografia le documentazioni delle usanze e dei costumi delle regioni europee e delle popolazioni degli altri continenti, descritte da viaggiatori ed esploratori, erano realizzate con disegni in bianco e mero oppure accuratamente colorati.

Le prime documentazioni etnografiche si collocano a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento e riguardano realtà geografico-culturali extraeuropee. Nel 1895 Fèlix-Louis Regnault presentò all‘Esposizione Etnografica dell’Africa Occidentale di Parigi, la sequenza cronofotografica della preparazione di una tazza di argilla da parte di una donna Wolof. Nel 1898 Alfred Cort Haddon, di formazione zoologo, diresse la «Cambridge Anthropological Expedition» sullo stretto di Torres dove realizzò documentazioni fotografiche. Nella storia degli studi antropologici, la spedizione è riconosciuta come il primo tentativo di studio di una popolazione e del relativo ambiente.

Sono da considerare attenti documenti etnografici quelli realizzati da Robert Flaherty che, nel 1920, riesce ad ottenere un finanziamento per girare un film sulla vita degli eschimesi.

Il risultato della spedizione è il documentario Nanook of the North che verrà presentato verso la fine del 1922 al Cinema Capitol di New York; nel filmato viene descritta meticolosamente la vita di una famiglia eschimese.

Nei primi anni del Novecento diversi demologi e antropologi hanno pubblicato nei loro studi immagini fotografiche; per esempio, Bronis?aw Malinowski tra il 1914 e il 1918 scattò interessanti fotografie della vita dei trobriandesi delle isole Trobiand a nord-est dell’Australia. Infatti, quella documentazione fotografica costituisce una puntuale raccolta di immagini utili per meglio definire la relativa ricerca di «osservazione partecipante».

Nel 1927, Francis Boas pubblica Primitive Art che è una tra le prime opere etnografiche con immagini; nel lavoro sono inclusi 300 disegni e 15 fotografie. Infine, tra i più attenti fotografi etnografici sono da ricordare Margaret Mead e Gregory Bateson i quali hanno pubblicato nel 1942 Balinese Character che viene considerato come il primo vero studio basato sull’analisi delle foto scattate sul “campo di ricerca”. L’opera è l’esito di una ricerca svolta a Bali dal 1936 al 1939, durante la quale furono scattate più di 25.000 fotografie delle quali vennero pubblicate soltanto 759.

Nel cotesto del realismo sovietico si deve ricordare Dziga Vertov che, nel 1922, ha realizzato una serie di documentari sulla vita del popolo sovietico, definiti Kino-Pravda (cinéma-vérité). Vertov sostiene che la cinepresa deve operare come un cine-occhio, con la funzione di sostituire l’occhio dello spettatore là dove si sta svolgendo un fatto.

Il 1930 costituisce una data importante per l’antropologia visuale; infatti, in quell’anno Francis Boas, ormai settantenne e alla sua ultima spedizione, ha girato un filmato in 16 mm tra i Kawakiutl, nella Columbia Britannica nella costa nord-occidentale del Canada; inoltre, ha registrato il sonoro su rulli di cera. Si deve sottolineare, però, che Boas non ha scritto niente di teorico su quella iniziativa.

Un esempio particolarmente interessante di documentario etno-antropologico è il lavoro «Les maitres fous» realizzato nel 1955 da Jean Rouch (un ingegnere minerario appassionato di filmografia che ha realizzato oltre 100 documentari); nel lavoro viene documentato in un rito di possessione e di esorcismo girato in Africa occidentale.

Sui moderni indirizzi della documentazione etnografica è particolarmente interessante l’opera di David MacDougall, Transcultural Cinema, Princeton University Press 1998 (tradotta e pubblicata in italiano dall’Istituto Sardo Regionale Etnografico). Al riguardo è importante evidenziare che MacDougall ha girato numerosi film, lavorando in Africa Orientale, Europa, India, in Sardegna e Australia dove è nato.

Per coloro che avessero interesse ad impegnarsi nella realizzazione di documentari, le fasi da rispettare in tali lavori sono così sintetizzabili:

1) Analisi della realtà ambientale, sociale e culturale da documentare e stesura delle sequenze del soggetto da filmare;

2) sopraluogo preliminare dell’ambiente per individuare gli spazi e i punti dove effettuare le riprese.

A questo punto per concludere non resta che augurare buon lavoro agli aspiranti documentaristi, suggerendo di realizzare dello stesso soggetto più riprese da differenti punti di vista; in questo modo si disporrà di molto materiale dello stesso argomento che, in fase di montaggio, sarà particolarmente utile.

Nel montaggio delle differenti sequenze, infatti, si costruiscono i documentari. Nel montaggio il documentarista realizza in concreto il tema che intende svolgere. Si tratta della fase più importante per la realizzazione del lavoro di documentazione. A questo proposito bisogna essere consapevoli che è molto difficile realizzare un documentario con le semplici riprese di un dato o di un fenomeno; è assolutamente indispensabile costruire un discorso documentario effettuando il montaggio dei diversi e differenti contenuti che sono stati ripresi.