I riconoscimenti della fitp

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La Federazione Italiana Tradizioni Popolari ha iniziato le sue attività alla fine degli anni ’60 del secolo scorso grazie alla capacità organizzativa dei dirigenti che sono stati in grado di riunire in una valida associazione organizzativa i numerosi gruppi folklorici che, a partire dal dopo guerra, si erano formati nelle diverse comunità italiane con lo spirito di recuperare le rispettive identità culturali e così dimenticare i contenuti retorici massificanti del passato regime e gli aspetti tragici del periodo bellico.

Con la costituzione di un quadro dirigente sempre più culturalmente impegnato formatosi con l’attenta guida scientifica di Aurelio Rigoli e Annamaria Amitrano dell’Università di Palermo, fra le nuove manifestazioni la F.I.T.P. ha istituito la cerimonia del conferimento del titolo di «Padri del folklore, personalità benemerite della Federazione Italiana Tradizioni Popolari». Il riconoscimento viene dato a coloro che, con l’impegno di ricerca sul patrimonio culturale delle proprie comunità e con capacità organizzative, hanno formato e poi diretto per diverso tempo un gruppo folklorico.

Vengono sotto riportate le differenti motivazioni che i singoli premiati hanno ricevuto il 10 gennaio 2020 a Villa D’Almè in provincia di Bergamo.

Francesco Romanelli: fondatore - insieme al prof. Pietro De Paulis - del Coro, da 40 anni Romanelli è punto di riferimento per generazioni di coristi e promotore di importanti iniziative legate al mondo della musica e della coralità; pratica artistica, quest’ultima, molto apprezzata dalla FITP, soprattutto per il suo valore formativo, sintesi indispensabile tra l’io e il noi, tra talento individuale ed espressione dell’unità.

Pierpaolo Albano: l’azione meritoria di Pierpaolo Albano, prestigioso direttore artistico del gruppo folklorico Li Muscatasce di Pignola, è comunque unanimemente apprezzata non solo per aver favorito occasioni di incontro e di relazione tra Gruppi Folklorici di diversi paesi europei, ma, anche - e soprattutto - per l’eccezionale impegno ad elaborare progetti che, in maniera evidente, riaffermano il primato delle relazioni umane sulle articolazioni dell’economia; dinamiche che, senz’altro, assumono un valore positivo, ma solo se “armonizzate” al rispetto e alla conoscenza delle culture.

Fausto Rafeli: dicevano i latini “gutta cavat lapidem”, ovvero “la goccia scava la pietra”; questo assunto spiega al meglio come con pazienza, perseveranza e tenacia sia possibile godere, come nel caso di Fausto Rafeli e del Gruppo Folklorico “I Strinari – Città di Catanzaro”, unanime rispetto e ammirazione, non solo per bravura artistica ma anche per una passione che quasi tutti i componenti condividono insieme da anni, sublimando quasi il concetto di Edgar Morin di “relianza”, sintesi di un impegno comune in opposizione alla frammentarietà e alla divisione.

Ivo Di Matteo: da scrupoloso osservatore, prima, ed insegnante, poi, Ivo spesso evidenzia come, in particolare, la gestualità del ballo sia patrimonio comunicativo da conservare e valorizzare. L’esperienza vissuta con il Gruppo “Danze del Teatro Mediterraneo” e la Bosio Big Band, le collaborazioni con l’etnomusicologo Ambrogio Sparagna, l’insegnante coreografa Donatella Centi, il regista Giampiero Rinaldi e tanti altri artisti del mondo dello spettacolo, hanno arricchito Di Matteo di esperienze operative e strategie didattiche, condotte su solide basi scientifiche, dimostranti l’avvincente esplorazione delle relazioni possibili tra attività musicali ed arti coreutiche.

Milena Medicina: una naturale predisposizione all’arte scenica e teatrologica, abbinata ad una eccellente energia espressiva, ha permesso a Milena Medicina di ricevere premi molto significativi in Liguria quali la “Caravella d’oro” e il Premio “De Maritini”. Di recente, nel volume “Il mio libro per Genova: cent’anni di folklore genovese”, Milena, nel narrare la storia del Gruppo “Città di Genova”, ha un po’ raccontato la storia della sua vita; e “la vita – diceva Madre Teresa di Calcutta – è un’eco: ciò che doni ti ritorna; ciò che semini, raccogli; quello che dai, lo ricevi”.

Lina Cabrini: lavoro, con gli studi in “taglio e cucito”, Famiglia e Fede sono stati – e restano – i capisaldi di Lina che ha, sempre, dato prova di una testimonianza di vita scandita a gloria di quel Santo Crocifisso del cui Santuario, nella Valle del Riso, la famiglia Cabrini continua ad essere, negli anni, custode.

Con queste esperienze di vita, Lina Cabrini, impegnata a Gorno sul fronte civico ed amministrativo, ha voluto, con la riapertura delle miniere a scopo turistico - didattico e con la fondazione del Gruppo Folklorico Le Taissine, documentare, recuperare e interpretare la memoria storica di quel territorio, le pratiche di vita e di lavoro, le figure e i fatti, la cultura materiale ed immateriale, le relazioni tra ambiente naturale e ambiente antropizzato.

Luca Mercuri: colpisce – in particolare - nelle esibizioni di questo “alfiere”, la sua naturale attitudine a creare un linguaggio scenico nel quale corpo e bandiera diventano un tutt’uno, definendo un’identità artistica molto coinvolgente, capace di fare di un vessillo una “parola interpretata”, fluida e leggera. La sua formazione scenografica lo aiuta a mettere in scena con il GAMS, Gruppo Alfieri e Musici Storici di Servigliano, rappresentazioni che hanno avuto uno straordinario successo di critica e di pubblico; tra queste ricordiamo: “Genesi - l’Inizio, la Creazione, la Vita” tratto dalle Sacre Scritture e “Comedïa – L’amor che move il sole e l’altre stelle”, tratto dalla Divina Commedia di Dante Alighieri. Nei due suggestivi spettacoli, portati in tour nel 2017 e 2019, bandiera, corpo, musica, fuoco, voce narrante sembrano, singolarmente, non avere eloquenza, ma, unendosi, danno “interpretazione” alle “inanimate parole” dei testi, biblici e poetici, trasformandole in “Verbo”.

Mario Barile: il suo, mettendoci il cuore, è stato, davvero, un “agire per risonanza” ed il risultato è stato encomiabile, tanto da vedere Barile, con la sua fisarmonica, accompagnare diversi gruppi folklorici del Matese. Il sogno di Mario ha avuto successo e, oggi, “I Matesini” sono, ancora, in scena a “raccontare” storie, ricordi, pensieri del proprio paese, con l’obiettivo di lasciare un’impronta per le generazioni future.

Bruno Malpassi: direttore del Gruppo Folk Italiano alla Casadei, può essere definito, oltre che abile ballerino e maestro di liscio, anche formidabile interprete di umanissima poesia. Il liscio, infatti, è apprezzata arte coreutica che ha portato le polche, le mazurche e i valzer dalle corti mitteleuropee ai cortili, alle aie, alle balere, affinché il popolo potesse ballare, ma non a “educata distanza” – come facevano i nobili – bensì mano sulla schiena, fianco contro fianco, sudore nel sudore. Ancora oggi, Bruno Malpassi custodisce il sogno – e per questo merita unanime apprezzamento – di insegnare il ballo da balera alle giovani generazioni, ritenendo il liscio non una semplice esibizione, ma un abbraccio, un’intesa, un componimento dialogico.

Lucio Carboni: l’impegno culturale di Lucio Carboni e del Gruppo Folklorico “Su Idanu”, molto apprezzato in Sardegna, è, particolarmente, rivolto alla ricerca e all’analisi critica dell’abbigliamento tradizionale della Città di Quartu. A riguardo, si evidenzia come il prof. Atzori ritenga fondamentale, per un gruppo folklorico, tale studio, reputando l’abbigliamento simbolo dell’evoluzione culturale e del tipo di società che lo genera. Grande apprezzamento va, pertanto, tributato a Lucio Carboni per aver realizzato importanti e lodevoli progetti volti a sviluppare la conoscenza dell’abbigliamento tradizionale attraverso lo studio della moda e dei tessuti.

Orazio Grasso: il nome del sodalizio presieduto da Orazio Grasso, Associazione Culturale Gruppo Folk “Mata e Grifone”, crediamo sintetizzi al meglio la personalità di Grasso che – riprendendo le recenti parole di Papa Francesco rivolte ai romani che amano la propria città – può essere definito “un artigiano del bene comune”; artigiano in quanto impegnato a portare in scena il folklore messinese e siciliano con quell’impegno e quella cura che si richiede, appunto, nei lavori artigianali; del bene comune in quanto i beni culturali portati in scena da Orazio e dal suo gruppo sono elementi identitari di un’intera comunità.