I politici dimenticano le tradizioni popolari

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In Italia, i beni culturali da tempo costituiscono patrimoni importanti, non solo per il loro valore intrinseco, ma soprattutto per le qualità estetico-culturali valide per attrarre una grande quantità di turisti i quali, nell’attuale sistema economico, apportano un contributo importante per incrementare un comparto positivo per il PIL.

Come è noto, l’economia del turismo è un settore in sviluppo da diverso tempo; inoltre, ultimamente si verifica la modifica da turismo ambientale di tipo balneare del periodo estivo a turismo culturale prolungato per l’intero anno.

Per questo motivo vengono attirati flussi interessati a conoscere i patrimoni culturali delle differenti località delle regioni italiane. In questo indirizzo, per esempio, si collocano il turismo della terza età e quello scolastico.

Come presupposto delle scelte, entrambi preferiscono località e periodi adeguati alle loro particolari esigenze che esulano da quelle che caratterizzano le ferie del periodo estivo. Inoltre, nel quadro del turismo culturale si deve inserire il turismo religioso orientato verso specifiche località, nelle quali sono comunque presenti patrimoni culturali spesso connessi con le pratiche di religiosità popolare.

In sostanza, quindi, i beni culturali costituiscono un importante motore per attivare il complesso comparto turistico che, nell’economia postmoderna, nei paesi con ampie prospettive di sviluppo, costituisce un importante obiettivo occupazionale nella misura in cui, grazie all’allungamento della vita, nei prossimi decenni, ci sarà una crescita esponenziale del turismo della terza età.

Pertanto, una grande quantità di pensionati andrà in giro per il mondo a conoscere i beni culturali dei paesi visitati. Per i motivi appena accennati è sicuramente necessario arrivare rapidamente ad una concreta e attenta riflessione sui beni culturali per stabilire un loro inventario e, quindi, realizzare, in modo scientifico, una loro valorizzazione non soltanto culturale, comunque importante per la conoscenza, ma anche economica.

Questa valorizzazione si deve collocare nelle programmazioni e strategie delle offerte turistiche delle differenti aree e località delle diverse regioni, dove il patrimonio culturale è costituito sia dai beni archeologici e storico-artistici, sia dai beni etnografici rimasti vitali con specifici caratteri fortemente identitari in un attuale sistema che tende all’omologazione.

Fatta salva la valorizzazione dei beni archeologici e storico-artistici, spesso anch’essi trascurati dai politici, sul piano istituzionale, alla F.I.T.P. interessa la valorizzazione del vasto settore del patrimonio etnografico delle regioni italiane; in tale patrimonio si collocano i beni immateriali con le tradizioni orali, i canti, le musiche e le forme coreutiche popolari, le pratiche di religiosità e le relative feste, le manifestazioni laiche e gli spettacoli folklorici.

Nel settore dei beni materiali delle differenti culture popolari si collocano, come particolarmente importanti, i manufatti dell’artigianato domestico e dei mestieri, dove sono da valorizzare le tradizioni gastronomiche e quelle enoiche.

Come è noto, ogni comunità ha le sue pietanze e i suoi vini, così come il suo costume tradizionale femminile e maschile, grazie al quale viene manifestata la propria specificità identitaria. In tale quadro le differenze culturali costituiscono, di fatto, valore aggiunto proprio per attrarre correnti turistiche per conoscere e gustare le diversità di ogni territorio.

Nella programmazione dell’economia turistica degli ultimi decenni, gli aspetti del patrimonio etnografico, prima sintetizzati, sono stati scarsamente valorizzati dagli studiosi e assolutamente dimenticati dai politici. I primi hanno documentato e soprattutto hanno analizzato, giungendo talvolta anche ad interessanti istanze teorico-metodologiche, i vari reperti etnografici considerandoli spesso con un atteggiamento museografico.

Dal canto loro, i politici hanno assolutamente trascurato e dimenticato il patrimonio etnografico presente, in modo vitale, con le attività dei gruppi folklorici nelle diverse regioni e comunità italiane.

Un esempio recente di tale dimenticanza è presente nella legge approvata nell’ottobre scorso dai due rami del parlamento ed avente come titolo «Disposizioni in materia di spettacolo e deleghe al Governo per il riordino della materia»; in questa legge non sono stati presi in considerazione i gruppi folklorici che da tempo realizzano spettacoli in un’infinità di occasioni e feste, nelle piazze di una grande quantità di paesi, mantenendo così vive le culture popolari locali.

Questa dimenticanza costituisce una grave offesa per i gruppi folklorici. Infatti, nel redigere la legge i politici hanno dimenticato che i gruppi folklorici, in quanto entità vitali e per questo mobili, quando si recano all’estero rappresentano l’Italia proponendo, nei loro spettacoli, canti, musiche, balli e costumi tradizionali delle comunità di origine.

Quindi, da sempre essi sono stati importanti ambasciatori culturali per suscitare interessi verso il patrimonio etnografico italiano. Da questo caso concretamente denunciato forse è opportuno ripartire perché i gruppi folklorici ripropongano agli studiosi e soprattutto ai politici la loro presenza nella realtà sociale e culturale italiana, cosi sperando che la valorizzazione degli spettacoli folklorici possa trovare spazio nella delega affidata al Governo.