Errare d’arte

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Tempo di isolamento: necessario e dunque vi ci siamo adattati, se non volentieri, certo con la consapevolezza che occorreva farlo, per la salute personale e collettiva. Abbiamo rinunciato perciò a uscire e a godere: per chi abitava a Roma, la splendida campagna romana; per chi abitava a Napoli gli itinerari incantevoli partenopei; per chi abitava la Calabria, i paesaggi boscosi della Sila e dell’Aspromonte e così via data la multiforme varietà delle bellezze regionalmente dislocate.

Seppur non nella realtà concreta, è possibile inoltrarci in quegl’itinerari attraverso le testimonianze pittoriche che ci sono state tramandate con vivacità di tratti. Per tutto il Settecento e l’Ottocento l’Italia fu la meta del Grand Tour. L’educazione del gentiluomo, inglese o tedesco, non era completa se non avesse compiuto il suo viaggio in Italia, ad abbeverarsi alle fonti della classicità e successivamente ai luoghi consoni agli ardori del Romanticismo. Così l’Italia, e soprattutto Roma furono contemporaneamente mito, luogo dell’anima, approdo realistico.

Quando Johann Wolfgang Goethe giunse fino a Roma, era quasi incredulo: per esempio a piazza del Popolo, l’abbigliamento e la tipologia del mondo popolare sono splendidamente ritratti nelle acqueforti e negli acquerelli di Bartolomeo Pinelli, vero poeta del popolo romano e accurato nelle rilevazioni, che oggi diremmo etnografiche delle diverse figure. Certo contribuì così a una sorta di fissazioni di stereotipi, ma non si può chiedere al portatore di uno sguardo di uscire da se stesso per guadagnare una d’altronde impossibile oggettività.

Gioacchino Belli, in occasione della morte di Pinelli, rese omaggio con dei versi che val la pena ricordare: «Sì, quello che portava li capelli/giù p’er grugno/e la mosca ar barbozzale:/er pittor de Trastevere, Pinelli,/è crepato pe causa d’un bocale.//Ve basti questo, ch’er dottore Mucchielli/vista ch’ebbe la merda ner pitale/cominciò a storce e masticarla male,/e poi disse: «Intimate li Fratelli».//Che aveva da lassà? Pe fa bisboccia/ner Gabbionaccio de padron Torrone/è morto co tre pavoli in saccoccia.//E l’anima? Era già scummunicato://ha chiuso l’occhi senza confessione…//Cosa ne dite? Se sarà sarvato?».

Al funerale presero parte, oltre ad altri pittori e accademici, i principi Odescalchi e Borghese. In effetti, lo sviluppo delle arti non sarebbe stato possibile se pontefici, cardinali, aristocratici, non avessero commissionato agli artisti le diverse opere che resero possibile la sopravvivenza, il sostentamento degli autori e assicurò al mondo dell’arte una serie di capolavori o in ogni caso di opere pregevoli. Tra i tanti vorrei ricordare il principe Maffeo Sciarra Colonna che «a ragione si annoiava del mestiere così vuoto di principe romano»; finanziò “la Tribuna” contribuendo così alla libertà e alla diffusione dell’informazione e fu generoso mecenate del Vate, adoperandosi affinché nel 1885 potesse essere pubblicata l’Isoatta Guttadauro, di Gabriele D’annunzio, quasi esaurendo le ingenti risorse della sua casata.

Per Napoli non possiamo in alcun modo ignorare la Scuola di Posillipo che aggregò numerosi pittori dell’Italia del Sud attorno al paesaggista olandese Anton van Pitloo. Olii, tempere, acquerelli e soprattutto gouaches ritraggono con immediatezza, limpidezza e trasparenza, angoli, scorci, aspetti di una realtà, fortemente impregnata di una cultura popolare che con diversità di accenti, i diversi artisti dipinsero e posero in risalto. Marcello Gigante, paesaggista intriso di lirismo; Domenico Morelli, con colori e forme di estrema vivacità; Francesco Paolo Michetti che trasferisce sulla tela le istanze, gli slanci e i limiti della poetica dannunziana.

I quattro fratelli di origine abruzzese, Giuseppe, Filippo, Nicola e Francesco Palizzi nelle cui opere è ritratto poeticamente un mondo domestico, popolato anche da animali che vivificano la quotidianità. Il Sud – essenzialmente la Lucania e la Calabria –, poi, furono tenacemente pensate come terra di briganti e lo scenario fu caratterizzato da personaggi ritratti selvaggi, ferini, quasi al limite dell’umanità, per cui l’arte confermava lo stereotipo e lo perpetuava, anche se sprazzi di umanità illuminavano a volte questo cupo paesaggio distante da qualsiasi consorzio civile. Per la Lucania il riferimento immediato è a Carlo Levi, che ne ritrae luoghi e figure, con occhio partecipe e commosso, sino alla narrazione pittorica di Lucania 61, complesso, ampio dipinto realizzato per le celebrazioni del Centenario dell’Unità d’Italia e che oggi si può ammirare a Matera, presso Palazzo Lanfranchi.

Per la Calabria invece il riferimento è a Ernesto Treccani – che ho avuto il piacere di conoscere personalmente –, che fissando la tragedia di Melissa ha rappresentato il momento più alto della tragedia contadina, costituendolo come ricordo e monito. Non a caso a tale rappresentazione ha fatto ricorso con lucido rigore Francesco Faeta, che con Marina Malabotti costituì una mostra, il cui catalogo (Melissa 1949-1979: trent’anni di rilevazione fotografica sulla condizione e la cultura delle classi subalterne, Vibo Valentia, 1980), rappresenta uno dei più significativi omaggi che siano stati realizzati a questo supremo sacrificio contadino.

Una Calabria contadina sarà presente poi nelle tele e nelle numerosissime litografie, tirate a mano personalmente, di Enotrio Pugliese, di cui ricordo l’amore per la sua terra che fluiva dalle poesie, nei colloqui che aveva frequentemente con Mariano Meligrana e me stesso nel suo studio di via Sebino; Lorenzo Albino, prolifico pittore di Tropea che ritrasse con amore e partecipazione scene di vita paesana, come continua a fare, sino ai nostri giorni, a Spilinga, Reginaldo D’Agostino, con pitture e sculture, di notevole valore artistico e che sono ampiamente presenti nella mia casa a San Costantino di Briatico.

Roma, Città eterna, nel corso della sua storia plurimillenaria, riverbera la sua luce su viaggiatori, artisti, scrittori, registi. Paul Vasili, facendo suo il pensiero di Gogol’, esprime come segreto desiderio, quello di morire a Roma: «Qui l’uomo è tanto più vicino a Dio».

Roma significa anche Agro romano, una provincia ricca di luoghi, di persone, segnate da una fiera, antica bellezza. Anticoli Corrado e Saracinesco, paesi di balie e di modelli per i pittori romani dell’Ottocento, mandavano in giro, nel periodo natalizio, gli zampognari che riempivano l’aria dei suoni del tempo natalizio.

Per Giosuè Carducci: «Un ciociaro nel mantello avvolto,/grave fischiando dalla folta barba,/passa e non guarda». Passavano e guardavano invece, le ciociare fiere nel portamento e nei loro ricchi costumi che vendevano a Roma le violette in Piazza di Spagna proprio ai piedi della celebre scalinata di Trinità de’ Monti o gli ortaggi al portico d’Ottavia. I volti ciociari, con i tratti asciutti e marcati, avevano indotto Corrado Alvaro a parlare di «volti mitologici».

Nel dramma di Cesira e sua figlia protagoniste della Ciociara di Alberto Moravia (1957) ci sono figure forti e piene di speranza, ben rese poi nel linguaggio cinematografico da Vittorio De Sica (1960) e in quello teatrale dal giovanissimo Annibale Ruccello (1985), scomparso tragicamente nel pieno della sua creatività artistica.

Toni Servillo, nel suo vagabondare notturno per una Roma deserta, scopre la sua grande bellezza, consegnandoci un film colmo di bellezza, appunto, e di poesia.

Nel 1850 un gruppo di pittori incominciò ad unirsi nel caffè Michelangiolo, a Firenze, aprendo ferventi discussioni politiche sulle ideologie del Risorgimento e vivaci polemiche sul loro modo di dipingere, a “macchie”. Adriano Cecioni, uno dei teorici del gruppo, assieme a Telemaco Signorini e Diego Martelli riteneva che «tutto è bello in natura, dal punto di vista dell’arte». I Macchiaioli ritraggono pertanto frammenti di vita quotidiana piccolo-borghese con calda adesione a questa minuta realtà.

Secondo una corrente letteraria artistica molto in voga nel Novecento, ancora oggi persistente, l’arte imita la vita ritraendola; in realtà credo che non si limiti a imitare la vita, ma la invera, trasportandola sul piano eterno nell’arte che dà senso alla vita, sottraendola all’erosione dei giorni nel suo implacabile finire.

Contrastando così nell’unica maniera possibile l’umano patire, che segna la condizione umana e dando a esso un luminoso valore di eterno riscatto.