Vestirsi di corallo

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La collana di corallo è la storia di un dono nuziale che appartiene alla tradizione abruzzese. Questa documentazione parte dal passato, evidenziando i tratti ed i significati di un’usanza nella società di una volta; questi significati, però, devono essere intesi secondo il gesto dell’indossare e spogliarsi del dono, seguendo le necessità rituali ed economiche del gruppo di appartenenza; è necessario poi analizzarne la modificazione avvenuta lungo lo scorrere del tempo fino ai nostri giorni.

Ornamenti di corallo erano presenti nel corredo tradizionale dei costumi regionali ma in alcune zone, umbro–marchigiane, laziali, molisane e abruzzesi, la collana assunse dimensioni diverse tanto da risaltare su tutto il resto. In area teramana, con estensione sulla costa marchigiana fino a San Benedetto del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, la rilevanza delle collane di corallo celebrò la sua apoteosi. La presenza del corallo si accompagna alla storia dell’uomo. Questa straordinaria manifestazione della natura attirò l’attenzione degli esseri umani fin dalla preistoria. In Italia soprattutto gli artigiani di Torre del Greco in area campana, che erano esperti nel settore, furono tra i primi ad avventurarsi verso mari lontani e capire l’importanza e la bellezza del prodotto. Vi erano località di lavorazione del corallo anche in Toscana, come a Livorno, ma nel centro sud della nostra penisola, che accreditava al corallo tutte le prerogative riguardanti valenze magiche, mediche, economiche, questo artigianato ebbe maggiore espressione traducendosi nella manifattura di ornamenti che accompagnavano tutto l’arco della vita di chi li indossava, realizando collane di rilevante grandezza, dono della suocera alla nuora qualche giorno prima delle nozze. Era il colore rosso vivo che richiamava l’idea del sangue, della vita. La richiesta della pietra semi preziosa ma preziosissima per tutto quanto prima detto, all’interno di culture tradizionali, la collocavano nella serie di doni previsti per la celebrazione delle nozze, sotto i migliori auspici di una nuova coppia di sposi.

Nel 1884 i fratelli Migliori a Giulianova, in provincia di Teramo, con grande perizia, poiché avevano appreso le varie tecniche di lavorazione nel napoletano e in Toscana, aprirono un grande laboratorio per la sfaccettatura del corallo; essi avevano intuito quella che sarebbe stata la loro fortuna: la produzione di ornamenti in corallo la cui importanza in Abruzzo era così antica. Oggi i loro discendenti operano nel campo dell’ingrosso dell’oreficeria con punti vendita a Napoli, Roma e all’estero, ma la loro origine di artigiani del corallo ne fa il proprio vanto. Nel 1994, durante un’indagine sul campo, ho avuto modo di visitare quella che era stata la loro villa di abitazione sulle colline di Giulianova. La signora Margherita Migliori, figlia di una dei fratelli, allora novantunenne, mi mostrò la ghiaia agli angoli del giardino dove si trovavano ancora cascami di corallo grezzo eliminato dal laboratorio che si trovava nei pressi ed aveva funzionato fino al 1935. In una delle stanze della villa, tutte affrescate, un cartiglio dipinto, distribuito sulle pareti, recita: «Giù nel mare profondo / per mani operose, / vai corallo pe’l mondo a / adornare le spose»; il testo sottolinea l’origine della loro attività strettamente legata alle tradizioni matrimoniali. Tutta la villa parla del corallo. Nella sala da ballo, la signora Migliori ha raccontato che il colore rosso dei decori del pavimento, costituito di mattonelle in graniglia, era stato realizzato con la polvere del corallo del loro laboratorio che suo padre aveva inviato al produttore di quei pavimenti.

Nelle cerimonie matrimoniali, l’apposizione della collana sulla nuora seguiva un rituale consacrato anche da frasi di rito. In una mia ricerca, circa gli usi matrimoniali di una volta, un’informatrice riferiva che la suocera pronunciava: «Io te l’appendo, io te l’attacco… alla fine dell’anno un figlio maschio»; tra le righe si ravvisava un deciso monito alla continuazione della famiglia secondo i dettami di una radicata declinazione al maschile; la collana era posta al collo della donna ed era messa in evidenza dal tipo di abito tradizionale che lei indossava. La collana nuziale era lì, distintivo del matrimonio avvenuto e, soprattutto, chiaro richiamo alle possibilità economiche della famiglia nella quale la sposa era entrata, poiché la grandezza del casco centrale era direttamente proporzionale alla spesa sostenuta. Agli orafi ambulanti che si recavano alle fiere o che percorrevano le contrade e le case sparse per la campagna, la famiglia prenotava la collana in vista delle nozze. Spesso essi, oltre a vendere con i loro mezzi itineranti, avevano un negozio nel paese vicino e i loro discendenti raccontano ancora di liti avvenute, nella bottega, tra le due famiglie al momento della scelta della grandezza del monile: «Se te voi marità, basta che parli / che me fai ‘n cenno co’ l’occhioni belli / ch’io te faccio la fede e li coralli»; così si cantava uno stornello in area laziale. Il prezioso corredo nuziale vedeva strettamente legata la fede (simbolo del matrimonio) al corallo anche quando l’abitudine dell’abito tradizionale era stata da tempo abbandonata e le spose di estrazione sociale contadina e operaia sceglievano, per sposarsi, abiti che seguivano la moda. Vi sono alcune fotografie che ritraggono coppie con le spose che, tra il 1920-’30 indossavano abiti di stile charleston portando al collo grandi collane di corallo, come distinzione di una famiglia abbiente.

Al corallo si attribuivano capacità galattofore e se il sudore rendeva opachi i chicchi della collana significava che la virtù magico-terapeutica della pietra le permetteva di assorbire i mali del corpo. Era così importante tanto che la collana veniva indossata sempre anche quando un bimbo in braccio o un ramo o una canna, durante il lavoro dei campi, ne spezzavano il filo. Con pazienza la donna si chinava a raccogliere i chicchi (sperando di trovarli tutti) e la infilava di nuovo per poterla subito indossare. Se la famiglia in cui la sposa entrava non poteva fare quell’acquisto importante, era la madre della ragazza che svestiva la sua per darla alla figlia, non intendendo assolutamente che la giovane potesse iniziare una vita matrimoniale senza corallo, per tutti i simbolismi prima citati. Della collana ci si spogliava anche per il lutto, per un determinato periodo. Alla morte della madre se non era stato stabilito nulla in vita, poteva accadere che l’ornamento non fosse destinato a nessuno dei figli; si decideva così per la divisione del monile seguendo un ordine che prevedeva i chicchi più grandi (visto che erano a gradazione) e il casco centrale al primogenito e via a seguire. A volte il centrale era spezzato in due parti per permettere di essere montato ad anello. Si racconta che, in casi di dispute familiari, l’ornamento seguisse la proprietaria nella tomba, in modo da non essere ereditato da nessuno. Il reale valore economico del gioiello determinò, nel tempo, situazioni in contrasto con il forte senso culturale di appartenenza.

Fino agli ultimi anni del secolo scorso era possibile incontrare donne anziane che, vestite di nero, non rinunciavano ad indossare la collana dalle gradazioni rosso scuro o aranciate, ultima traccia dell’abito tradizionale. Molte antiche fotografie a mezzobusto, appese nelle case abruzzesi, ritraevano la coppia di genitori o di nonni con la donna e il suo ornamento di corallo. La stessa immagine veniva riportata sulle lapidi nei cimiteri così da celebrare per sempre quel volto illuminato dal corallo. La mia bisnonna, in linea paterna, morta negli anni ’30 del secolo scorso, indossa la sua collana nella foto conservata nella cappella di famiglia a Giulianova, in provincia di Teramo. Negli anni ’60 del secolo scorso, orafi scaltri avevano battuto a tappeto le campagne per barattare la collana di corallo con una catena in lamina d’oro stampata alla quale era sospesa una medaglia con inciso il viso della Madonna. Molte donne si erano lasciate convincere dalla modernità e, soprattutto, dall’oro che era considerato un metallo irraggiungibile, cadendo nella trappola poiché la catena e la medaglia erano prodotte in serie, al contrario dell’artigianale ed irripetibile lavorazione delle sfere di corallo. Vi era poi un’altra circostanza nella quale la donna si spogliava del suo ornamento per donarlo alla divinità, rappresentata da un simulacro sacro femminile: la collana veniva offerta in voto alla Madonna per impetrare una grazia o per ringraziare del miracolo avvenuto. In alcune chiese o piccoli santuari, busti e statue della Madre di Dio sono abbigliate con collane di corallo.

Un universo di simboli e funzioni era racchiuso tra i grani di corallo. Gioiello che decorava l’abito, dichiarava un patrimonio, allontanava dal malocchio, attirava lo sguardo sul corpo della donna, creava, soprattutto quello sfaccettato, effetti di luce che ne accentuavano la bellezza. La collana comunicava alle persone informazioni sulla vita quotidiana e sui riti collegati ad un evento fondamentale dell’esistenza, come il matrimonio. Era un dono dato dalla suocera e ricevuto dalla nuora che, a sua volta, ricambiava con doni al momento della cerimonia nuziale. Era un dono che rappresentava il potere del nucleo familiare nel quale lei entrava, richiamando in qualche modo il modello del dono suggerito da Mauss, poi ripreso da Godbout e Caillè nell’analisi del confronto tra dono arcaico e dono moderno.