Una favola dei giorni nostri “So che esiste il Paradiso anche per gli alberi”

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Nicola Paduline è morto. Di ritorno da una trasferta dalla gitana terra di Romania, ho trovato le tue stanche membra, distese in un freddo abbraccio della morte, non rispondere alle disperate suppliche del nostro cuore, dei nostri sentimenti. Siamo in un punto buio della notte, abbiamo perso una delle poche sentinelle del nostro passato a cui chiedere notizie sull’arrivo di un’agognata alba; forse ci siamo abituati alle luci artificiali e il tempo delle attese si è come impigliato in una nube tossica di oblìo, d’indolente distrazione, di colpevoli amnesie, che assediano la nostra sete di “sapere”. Vedi Nicola, sento nostalgia struggente della tua voce, dei tuoi racconti e della tua cosmogonia. Eri l’eroe del nostro tempo, eri la sentinella che annunciava l’alba. I tuoi scritti, le tue preghiere, le tue sacre sfuriate, la tua dolcezza accogliente, erano fasci di luce che illuminavano i nostri passi, nelle tue parole scorgevamo il profilo dell’aurora, anche quando ci sentivamo sprofondati nel buio degli abissi. Ritornano tutte, alla mia mente, le immagini che scaturivano dalle parole del tuo ultimo racconto.

La morte della grande quercia... è tornata nella terra la grande quercia nel bosco del mio Gargano.

Era un albero patriarca di enormi dimensioni, vecchio di più di cinquecento anni. Alto e solenne, nel suo cerchio di solitudine, stava in piedi solo per equilibrio, perché la vecchiaia lo aveva ucciso ormai da molto tempo. Da bambino quando facevo il garzone alla masseria di Vungulicchie (parola dialettale che identificava una famiglia), mi arrampicavo sui suoi rami, già secchi allora. Dalla cima riuscivo a vedere tutte le valli circostanti. Nonostante fosse morto, il corpo senza vita,conservava tutto il prestigio della maturità e il carisma di quando era in vita. Il suo fusto, colossale, slavato dalle intemperie, sembrava un’enorme statua di pietra. Lo avevo visto in piedi il giorno prima, lo trovai disteso sulla terra. Nella caduta si era spezzato in due parti e i rami, spinti dall’urto tremendo, ora trafiggono il suolo come enormi spine dolorose. I tronconi di quell’enorme corpo spossato, giacevano sereni e in pace, sorpresi dal sonno in una infinita stanchezza. Così è tornato alla madre il guardiano della valle, il testimone silenzioso, l’amico, il depositario di mille segreti

Il custode delle parlate, dei riti e delle vicende del popolo-poeta garganico.

Tra pochi anni il suo corpo sarà diventato humus e di lui non vi sarà più traccia. “ So che esiste il paradiso anche per gli alberi”, come per gli animali e tutto ciò che vive sulla terra. Quel corpo schiantato mi parlava di un mondo lontano dove sta per andare. S’accomiatava con un gesto d’addio, un ultimo saluto prima d’incamminarsi per i remoti sentieri del nulla. Quei rami spezzati, come vecchie lancette d’orologio, ribadivano l’inesorabile passare del tempo e un’acuta nostalgia m’avvertiva che un altro pezzo della mia vita se n’era andato. Era il vecchio protettore della valle, colui che, dal suo eremo, raggiunta l’età della saggezza, controllava tutto e tutti.

Alto e maestoso si sviluppava largo e diritto. In altezza raggiungeva i cinquanta metri. Da lassù, parlava alla luna e tutto vedeva. La sua crescita era stata lenta e laboriosa, perché doveva apprendere la difficile arte del condottiero, del grande saggio, che imparziale come Salomone, appianava e dirimeva tutte le dispute del bosco sul quale regnava.

Tale incarico era ereditario: lui aveva ricevuto da suo padre il compito di vigilare a avere il controllo del Reame. Questa continuità storica gli regalava un fascino percepito da tutti gli alberi. La calma della quercia era solenne e tutti gli alberi, anche i più invidiosi, lo accettavano nel ruolo di controllore e padre.

Non era, però, uno sterile applicatore di leggi, bensì un sereno giudice di pace ispirato da grande sensibilità. Molti uomini che detengono il potere dovrebbero, ogni tanto, sedersi all’ombra di una quercia per ascoltare i suoi consigli e seguirne l’esempio.

Molti boscaioli consideravano la grande quercia una istituzione della valle e per rispetto di essa, evitavano, quando potevano, di tagliarne altre. Tutti rispettavano e proteggevano la quercia, quasi a difenderla che, come tutti i buoni, era circondata di gente di poco conto, questuanti di quattro soldi e “chiedenti favori”: gentucola senza arte né parte, persone che camminavano sempre in ginocchio.

Costoro rischiavano di non farlo respirare e allora i boscaioli li allontanavano a colpi di roncola, creando attorno al fusto una breve radura. Da vigile custode del bosco, la grande quercia, aveva per tutti una riserva di attenzioni, ma dei più deboli e dei maltrattati si occupava con maggiori scrupoli. 

Ora è inerme, accasciata al suolo…

La sua morte è solo apparente, rimari marrano, per sempre, le sue parole, i suoi scritti, le sue preghiere, i suoi canti, i suoi racconti. Neanche la morte riuscirà a sconfiggere e a distruggere il Canto dei Padri