Profilo di un maestro del cinema

img

De Seta è considerato il padre del cinema documentario italiano. Nelle sue opere tutte le dimensioni umane.

C'è una sequenza de Lu tempu de li pisci spata (1954) che ha come sonoro soltanto il battito dei remi nell’acqua, che fa scorrere veloce la barca con la forza impressa loro da alcuni pescatori: si tratta di pochi minuti che consegnano questo lavoro alla sfera dei documentari demo-antropologici di più alto valore che il suo autore, Vittorio De Seta, come un maestro della cinematografia scientifica.

Non meraviglia, dunque, che Martin Scorzese abbia recentemente espresso tutta la sua ammirazione per il cineasta siculo-calabrese, la cui filmografia testimonia di una attività pluridecennale segnata da estrema coerenza e sicura padronanza metodologica.

Sin da quando, poco più che trentenne, diventa, nel 1954, aiuto regista di Jean-Paul Le Chanois in Vacanze d’amore, dopodiché si dedica prevalentemente all’attività di sceneggiatore e documentarista, accanto a felici sortite nel campo del cinema di fiction e della sceneggiatura televisiva (vedi Diario di un maestro, in quattro puntate, tratto dal libro autobiografico Un anno a Pietralata, di Albino Bernardini).

Non si tratta di affermazioni genericamente encomiastiche; ho avuto modo di negli anni scorsi di articolare il giudizio nettamente positivo sull’opera di Vittorio De Seta, analizzandone criticamente le opere in un volume che la Regione Siciliana ha dedicato all’illustre protagonista del cinema italiano.

Così è per I contadini del mare (1958), I pastori di Orgosolo (1958), I dimenticati (1959). I pastori di Orgosolo riprende, in autonomia creativa la nota inchiesta di Franco Cagnetta dedicata appunto a Orgosolo e al fenomeno del banditismo assunto come caratteristico del centro sardo, è oggetto perciò di una sistematica e feroce repressione di Stato. L’inchiesta apparve come numero monografico di “Nuovi Argomenti”, la celebre rivista di Alberto Moravia, mai pubblicata in volume sino ai primi anni Settanta, quando, per mia iniziativa venne pubblicata in volume, in una collana da me diretta, La diversità culturale, per l’editore Guaraldi di Firenze.

In tale documentario c’è una sequenza che a mio parere appare un vero e proprio capolavoro; il ragazzo pastore, ricercato dalle Forze dell’Ordine dorme, e il suo volto e illuminato dal sole, a un certo punto sul volto si stende un’ombra, data dalla figura di un Carabiniere che incombe dall’alto.

Il ragazzo apre gli occhi, atterrito dal simbolo del potere che lo sovrasta. Ho avuto per anni con De Seta un rapporto di cordialità e amicizia. De Seta, aristocratico palermitano di nascita, ma calabrese di adozione, soggiornò per molti anni, sino alla sua morte, in una tenuta della sua famiglia, a Sellia Marina, dove si dedicò con amore a colture specializzate.

Andai più volte a Sellia e godetti della sua ospitalità e della sua vastissima conoscenza. Avendo generosamente apprezzato i miei lavori sulla cultura delle classi subalterne (agro-pastorali, contadine, marine) del Sud d’Italia, venne più volte a trovarmi nella mia casa di San Costantino di Briatico, insieme al comune amico Franco Tassone, della rivista “Quaderni calabresi”, poi “Quaderni del Mezzogiorno e delle Isole”, che alla soggettività del Meridione si è dedicato e si dedica in maniera assoluta e radicale.

De Seta, in questi colloqui sulla terrazza della mia casa, parlava dei suoi progetti, dei lavori che aveva realizzato e di quelli da realizzare, chiedendoci, con generosa modestia, cosa ne pensassimo.

Per dovere di lealtà espressi a De Seta qualche perplessità sull’immagine di una Calabria e di una cultura tradizionale assunti come il bene assoluto, scevro da qualsiasi macchia oscura. De Seta reagiva con il suo sorriso mite, ma restava fermo, con tenacia calabrese, nei suoi convincimenti, vi furono altri incontri, e occasioni di omaggio alla sua figura a Sellia Marina e a San Costantino di Briatico.

Con la sua scomparsa, avvenuta il 28 novembre 2011, la cultura cinematografica, ha perso un grande protagonista del cinema, non soltanto italiano e bene fa la Federazione italiana di Tradizioni popolari a intitolare a suo nome la Rassegna Internazionale di documentari etnografici.