Poesia e musica folk di Bob Dylan: Premio Nobel per la Letteratura 2016

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Il Nobel a Bob Dylan non è solo un premio ad un artista originale e di assoluto valore, capace di creare “nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana”, ma è anche un riconoscimento espresso ad un’epoca di cambiamento culturale e sociale, nella quale, all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, i giovani si proponevano di modificare istituzioni e gerarchie, ovvero di avviare una rivoluzione antropologica protrattasi fino al crollo delle grandi ideologie ottocentesche e dei relativi muri di esclusione razziale, sociale e politica.

Per dare valore alla poesia cantata da Dylan è sufficiente ricordare che i testi fondamentali della tradizione occidentale sono stati musicati e musicabili; si pensi, a riguardo, ai poemi omerici, alle liriche di Saffo, ai versi della stessa Bibbia e del Corano, nei diversi contesti culturali salmodiati in forme e melodie diverse, alle opere dello Stil Novo, ai madrigali dei chierici vaganti nel Medioevo, alle poesie romantiche di Goethe e di Novalis, alle sonorità verbali di William Blake, alle ballate, ai canti di Ezra Pound, alle moderne sperimentazioni metriche e melodiche dei futuristi e delle avanguardie.

Inoltre, si deve rilevare quanto, in un mondo quasi completamente votato al giovanilismo, all’annientamento delle differenze, alla fenomenologia della rissa universale fra generazioni, il premio a Dylan può essere condiviso con chi ha vissuto un determinato periodo storico, quello della protesta, del pacifismo, della libertà, dello sbarco sulla luna.

Non importa che abbia 60, 70 anni o 20; che sia d’accordo o meno con quei momenti di cambiamento e di rivoluzione che Dylan ha incarnato e incarna ancora. È importante averli, in qualche misura, vissuti e continuare a viverli nell’attuale impegno culturale e sociale.

Infatti, non si può rimanere inermi al flusso delle emozioni, dei sentimenti forti, delle idee prorompenti che sempre scaturiscono nei giovani per realizzare l’uguaglianza e la giustizia sociale. Nipote di ebrei russi immigrati in America, Robert Allan Zimmerman, in arte Bob Dylan, nacque a Duluth (Minnesota) il 24 maggio 1941 e, da giovanissimo, si dedicò alla musica studiando con interesse la tradizione delle ballate del mondo contadino che, come è noto, derivavano da quelle che giunsero dall’Europa con i padri pellegrini.

In questa formazione giovanile, inoltre, un suo riferimento fu soprattutto Woody Guthrie. Infine, nella sua formazione, un altro quadro di riscontro fu quello di desiderare di viaggiare sui treni merci così come era avvenuto nell’Ottocento per i vecchi giocatori d’azzardo.

Nel 1959 Bob si inscrisse all’Università del Minnesota a Minneapolis; in pratica, questo costituì un pretesto per allontanarsi da un piccolo paese di provincia e non tanto un reale interesse per lo studio. Quindi, l’anno dopo, arrivò a New York per andare a trovare Guthrie che era agonizzante in un letto d’ospedale.

Nella grande metropoli, però, cercò di trovare la strada del successo. Infatti, qui riuscì ad inserirsi in una cerchia di cantanti folk e iniziò ad esibirsi nei locali del Greenwich Village. All’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, i canti folk erano la forma musicale che il movimento giovanile aveva scelto come simbolo o bandiera di opposizione alle forme di musica e relativi stili di vita, imposti dall’economia e dal sistema industriale.

Il rock ‘n’ roll, in auge dalla metà degli anni ’50, dai giovani contestatori come Dylan era considerato soltanto musica commerciale e senza alcun valore che ne giustificasse una sua tradizione sociale e culturale. Queste istanze giovanili, che negli USA si tradussero nelle prime occupazioni delle grandi università, si fusero in rivendicazioni politiche e le ballate folk assunsero la funzione di canzoni definite “di protesta”, che Dylan fece conoscere al mondo intero.

Questa nuova atmosfera sociale e culturale sfociò in avvenimenti emblematici; il 28 agosto 1963, davanti a trecento mila persone, Martin Luther King cambiò la storia dell’America, pronunciando il più importante discorso politico; egli disse frasi che hanno, per sempre, cambiato la storia dei diritti civili e umani. Per l’occasione, oltre al discorso del reverendo King, il programma dell’evento fu ricco di performance musicali di artisti di colore e, soprattutto, di folk singers bianchi.

Joan Baez cantò l’inno del movimento “We shall overcome”, accompagnata da un giovane cantautore folk del quale era innamorata, Bob Dylan. Accompagnato dai cori di Joan Baez, Dylan cantò politici e culturali in essa espressi.

Entro breve tempo, infatti, fu assunta dal movimento giovanile come simbolo della contestazione a qualsiasi sistema e gerarchia allora dominante. Da quella esibizione memorabile, Dylan continuò a presentare, con l’inconfondibile voce nasale, canzoni che ancora oggi echeggiano come tuoni, sono perentorie e inducono alla riflessione sulla vita e quanto questa imponga a ciascuno un impegno per rendere migliore l’umanità.

Tutto questo è ottenuto costruendo immagini, evocando scene e producendo emozioni. Da qui derivò che Robert Zimmerman divenne il pifferaio della contestazione pacifista, colui che prese in mano la fiaccola del folk e giurò di tenerla sempre accesa; in questo modo, divenne il figlio legittimo della canzone di protesta, il cantore più accreditato dei sogni di una generazione che pensò di cambiare il mondo e rovesciarne il sistema; divenne, di fatto, il portavoce dei tempi che cambiavano.

Dylan è stato il poeta di “Blowin’ in The Wind”, che molti ragazzi magari ascoltano, oggi, per la prima volta, non conoscendo che questo “capolavoro poetico e musicale” è stato il grande ponte levatoio per la canzone impegnata.

Nella sua carriera, Dylan non abbandonò mai la sua identità folk, quella particolare caratteristica legata alle tradizioni e al piccolo/grande mondo dei diritti civili e delle conquiste sociali. Fu geneticamente popolare, perché simbolo di una cultura che partiva dalla strada e dalla campagna e si slanciava verso il cielo.

Tra l’altro, si deve rilevare che egli fu il “menestrello del folk”, linguaggio che, però, Dylan riuscì ad adeguare ai tempi innovandolo; infatti, fu in grado di contaminare differenti stili ottenendo nuove risoluzioni musicali.

In questa operazione di commistione riuscì a fondere, in particolare, il folk con il rock. Nei contenuti poetici, tuttavia, restarono dipinti sul suo volto la rabbia e la spiritualità; nello stesso tempo, fu provocatorio e pronto al perdono; si collocò on the road e recluso; si sentì vegetariano e simpatizzante di “abusi”, un uomo che misurava l’indolenza con la dolcezza, e comparava la sua maledetta strafottenza con una impareggiabile voglia di “condividere”, senza schemi ed etichette.

Dylan è sempre stato, come scelta di vita, uno che non sposò mai il compromesso borghese della mediazione, rimanendo, certamente, sopra ogni altro, il più “bobdylaniano” di tutti. Quando si presentò al festival folk di Newport, pur contestatissimo ed accusato di tradimento dai puristi della musica country e dalle congregazioni popolari, da emblema di una controcultura, mai forzata ma sempre convinta e progressista, prese la strada del “menestrello elettrico” e così divenne simbolo di un’arte che, ancora oggi, conduce la musica folk dalla provincia e dalla polvere ad una nuova dimensione globale.

Da qui una rapida e semplice riflessione; per l’artista tutto è sempre in movimento, nulla può fermare o rallentare il cambiamento, ogni cosa ha il suo tempo, anche l’arte è soggetta a straordinarie trasformazioni e la musica folk non può dibattersi in una scatola chiusa, in un ritratto che altri si aspettano, in uno slogan che altri anelano.

“Non lavorerò più nella fattoria di Maggie, no, non lavorerò più nella fattoria di Maggie…”, così rispose Dylan ai suoi contestatori. E tutti ascoltavano Dylan (si pensi all’enorme successo di “Knocking On Heaven’s Door” incisa dai Guns N’Roses).

Inoltre, per Dylan metrica e rima, ancora oggi, assumono la dignità del passato e la sua nostalgia non fa che benedire quelle giornate maledettamente ordinarie. Pertanto, “Bob Dylan poeta” è la voce di una generazione ma anche il collante di tante altre che sono venute dopo.

Probabilmente è uno degli artisti che, partendo dalla tradizione, sono stati più influenti sulla cultura contemporanea; e, anche oggi, che ha i capelli meno scuri, non ha fatto mai invecchiare le sue idee. “Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro”.

In conclusione è opportuno rilevare che, in quei lontani anni ’60 del Novecento, mentre Dylan riusciva ad utilizzare il folk come modulo o strumento dell’incipiente contestazione giovanile americana ed europea, che, come è noto, si protrasse fino agli inizi degli anni ’80, Luigi Maria Lombardi Satriani, allora giovane antropologo italiano, indicava come diversi materiali del patrimonio folklorico, quali i carnevali, i canti del lavoro e di critica sociale e diverse sceneggiate satiriche del mondo popolare, fossero di fatto elementi di contestazione e di lotta sociale nei confronti delle classi dominanti e del relativo sistema; questione questa che, nel dibattito antropologico di allora, focalizzava meglio la nozione gramsciana sul folclore e chiariva che la lotta di classe non fosse una prerogativa esclusiva degli operai della fabbrica.