Pani e feste di San Calogero nel Nisseno

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Tra gli aspetti maggiormente caratterizzanti i fenomeni culturali, quello alimentare occupa oggi un posto di assoluto rilievo a seguito dei mutamenti indotti dai processi di globalizzazione in cui storie, linguaggi e scenari culinari si impongono, a più livelli, ora quali dispositivi salvifici per nuove tribù alimentari (Cfr. Niola 2015), ora quali potenti marcatori/inventori di identità locali e “mediterranee” (cfr. Teti 1999, 2015; Moro 2014). In tale panorama gastro-anomico (Fischler 1979) proliferante di variegate quanto improbabili “cibologie”, il valore sacrale delle cucine festive tradizionali, invece, sembra porsi nel segno della continuità, della permanenza, del radicamento. In vaste aree del Sud Italia e in Sicilia, riti e simboli alimentari testimoniano diffusamente la vitalità del rapporto comunità/divinità reiterato in specifiche occasioni cerimoniali: tra queste, le offerte di dolci e pani votivi manipolati e consumati in onore dei Santi continuano, di fatto, a riconfermare appartenenze, a rievocare memorie individuali e collettive, a rinsaldare alleanze tra devoti e entità trascendenti. Oggetto di conclamate e sistematiche indagini sul terreno, (Ruffino 1995; Giallombardo 2003; Giallombardo, Bonanzinga 2011) il panorama festivo siciliano riconferma il ruolo assiologico del pane cerimoniale (Buttitta, Cusumano 1991) che periodicamente scandisce le alternanze tra presenza/assenza, vivi/morti, povertà/abbondanza, salute/malattia. Forme paradigmatiche del tempo festivo, consumati con e per i Santi in contesti spesso confliggenti rispetto alle narrazioni turistico-enogastronomiche locali, i donativi profusi in grano e pani ex voto connòtano, tra maggio e settembre, gli apparati delle feste del SS. Crocifisso a Belice (Cl), Sant’Alessandro a Barrafranca (En) e le celebrazioni estive di San Giovanni/San Calogero (Buttitta I. E. 2006, 2012, 2013). Al Crocifisso e ai Santi taumaturghi, garanti del corpo e delle messi, i devoti modellano e offrono veri e propri “corpi di pane” raffiguranti ora il Santo o più frequentemente le parti guarite (braccia, testa, gambe) se non l’intero corpo del devoto come attestano, in maniera preminente, le feste di San Calogero Eremita in area agrigentina e nissena. In tal senso, le implicazioni devozionali e votivo-terapeutiche insistenti tra ciclo cerealicolo e culto dei Santi in Sicilia emergono con particolare forza nei riti e nelle feste di San Calogero (Frenda 2016: 168-179). Figura di santità complessa, esito di stratificate vicende agiografiche e storico-religiose, raffigurato di colore nero nell’iconografia e nella statuaria per una presunta provenienza “africana” (oggi ricontestualizzata dalla Diocesi agrigentina nell’ambito delle politiche di accoglienza dei migranti), culti e cerimonie calogeriane presentano in realtà i tratti di una “grande festa” agraria come si evince dalle scadenze festive correlate alla mietitura/trebbiatura (giugno-agosto), dal grano e dai pani votivi offerti alla potentia del Santo Taumaturgo. A ciò fa puntuale riferimento un clima festivo impregnato di credenze e pratiche terapeutico-miracolistiche, protezioni da carestie e terremoti, mietiture portentose e corse/questue effettuate in illo tempore dove San Calogero “suda” durante la raccolta del pane per la guarigione degli appestati e ancora pani lanciati durante le processioni e altri offerti in forma di braccia, gambe, teste, mani o dell’intero corpo del devoto nell’Agrigentino (Agrigento, Naro, Porto Empedocle, Realmonte) e nel Nisseno (Sutera, Montedoro, Milena e Campofranco nello specifico). In area nissena, ove appaiono ancora tangibili i segni e le testimonianze di specifiche vicende storico-produttive (su tutte, la polarità cerealicolo/zolfifera che ha interessato l’area sino a un recente passato) e culturali (edicole votive dedicate al Santo disseminate nelle campagne, un tempo mete di frequenti pellegrinaggi), la cospicua presenza di pani votivi anatomorfi (pupi, m’raculi) offerti al Santo Eremita tra giugno e settembre assume tratti rilevanti.

A Montedoro e Bompensiere il 18 giugno permane l’uso di benedire pani raffiguranti membra umane ma anche il bastone, la corona e la palma. A Mussomeli, l’ultima domenica di agosto, San Calogero viene condotto in processione e in tale occasione viene allestita una tavolata antistante la Chiesa ove si offrono i m’braculi (miracoli), pani anatomorfi impastati e modellati dalle donne dei quartieri. A Sutera il culto di San Calogero, recentemente introdotto nel calendario cerimoniale locale, si svolge in gennaio con una processione in ricordo del terremoto e, a settembre, con la festa caratterizzata dall’offerta di pani votivi (prummisioni) distribuiti in Chiesa (Caravello, Romano 2006: 124-127). Tale schema risulta, per certi aspetti, analogo al modello festivo della vicina Campofranco, largamente percepito dai fedeli del circondario come la festa calogeriana per eccellenza. Essa si articola in due momenti processionali a gennaio (San Caloieru poviru) e l’ultima domenica di luglio (San Caloieru riccu), in cui devoti/e di Acquaviva Platani, Mussomeli, Sutera, Montedoro e Milena trasportano, in voto, (prummisioni) presso il Santuario, pani votivi, raffiguranti San Calogero o l’intero corpo del devoto, pani che talora raggiungono anche i 2 mt. di lunghezza in base alla “potenza” del miracolo compiuto. A Campofranco, l’ultima domenica di luglio, il fercolo esce dal Santuario e deposto al centro della piazza antistante per spianniri (spartire) i pupi di pane appositamente tagliati dai portatori con coltelli e distribuiti collettivamente. La processione riparte e numerose sono le soste (pusati) dove i devoti offrono decine di pupi ai portatori i quali sono i soli riconosciuti dalla comunità ad accostare il pane al Santo per poi tagliarlo, frammentarlo e distribuirlo. Tale aspetto ritualizzato di abbondanza/redistribuzione alimentare e ostentazione virile viene supportato da alcuni anni dalla “Pro-Loco di Campofranco” al fine di promuovere le tradizioni alimentari e contadine del territorio in cui i pupi di pane, disposti presso un apposito stand, vengono distribuiti ai visitatori alla fine della festa. Questo “supporto” non ha però modificato le modalità con cui si svolgono le offerte ove i portatori prendono e manipolano i pupi, li accostano al Santo e li spiannanu comu sa fattu siampri! (li distribuiscono come si è fatto sempre!). Tale testimonianza, più volte riferita dai portatori, trova esplicita e reiterata conferma per tutto l’iter processionale sino al rientro al Santuario del Santo intorno alle 24:00. A prima prummisa è lu pani (la promessa più importante è il pane) ripetono i fedeli convenuti a Campofranco che durante la festa condividono anzitutto una prassi votivo-alimentare consolidata e altamente formalizzata. I pani calogeriani di area nissena, e quello di Campofranco nello specifico, si esplicitano pertanto quale pani altri rispetto ai processi di tipicizzazione osservabili in analoghi, e non meno significativi, contesti festivi siciliani. L’alterità di “questo” pane risiede infatti nelle sue dinamiche, immediatamente leggibili e ritualmente codificate, di scorporazione/incorporazione festiva che, pur evocando suggestivi rimandi extrafolklorici alle vicende agrario-funebri del Mediterraneo Antico o alla simbologia eucaristica di ascendenza paolina (1 Cor. 16,17), rivelano un corpo a corpo con il Santo (Cusumano 2017) nelle forme di un sacro pasto ove transitare la frammentazione del caos corporeo ed esistenziale verso la reintegrazione in un rinnovato cosmos oggi, più di ieri, insidiato impercettibili apocalissi alimentari e culturali.