Le nuove culture popolari

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All’inizio del ‘900 il grammofono meccanico e quello elettronico, consentivano riproduzioni di musiche e canti.

Nella prima metà degli anni ’60 del secolo scorso, quando si sviluppava la grande meccanizzazione delle campagne e, nel sistema produttivo industriale, veniva adottata la catena di montaggio, le culture popolari del mondo agro-pastorale e quelle prodotte dagli abitanti dei centri storici e delle periferie delle città entravano definitivamente in crisi; inoltre, esse si sfaldavano aggredite dai forti messaggi e modelli proposti dai mezzi di comunicazione di massa.

Quotidianamente questi offrivano, con la tecnologia elettronica, spettacoli N trasmessi dalla radiodiffusione, dalla televisione e dal cinema. Già dall’inizio del ‘900 il grammofono meccanico prima e poi quello elettronico, grazie alle incisioni sonore effettuate su dischi in vinile, consentivano riproduzioni di musiche e canti che fondavano la nuova tradizione melodica della cosiddetta «canzone italiana» d’autore; ben presto, le canzonette italiane si diffondevano in virtù di importanti rassegne volute ed organizzate dalla connessa industria discografica che così mirava a sviluppare il mercato.

Pertanto, i nuovi modelli musicali e canori contribuivano a far trascurare e quasi disprezzare, tra i giovani, quelli storicamente prodotti dalle culture locali; identico fenomeno di rifiuto si verificava per i balli tradizionali.

Venivano preferiti i cosiddetti balli moderni (valzer, tango, mazurca, ecc.) senza però cogliere che, anche questi, partivano da una base popolare rielaborata dai moderni compositori ed esecutori. Per tutta la prima metà del ‘900 le culture popolari regionali italiane, quantunque nel 1911 fosse stata organizzata a Roma da Lamberto Loria la Mostra di Etnografia Italiana per celebrare il cinquantennio dell’unità d’Italia e, quindi in tale occasione, fossero state presentate le specificità culturali delle diverse regioni e comunità (abbigliamenti, tessuti, ornamenti preziosi, arredi, strumenti del lavoro agro-pastorale, manufatti dell’artigianato domestico e dei mestieri, ecc.), le tradizioni popolari venivano ormai proposte soprattutto in occasione di sagre, sfilate e manifestazioni spettacolari, organizzate in momenti cerimoniali alla presenza di personalità importanti, in onore delle quali venivano indossati gli abiti tradizionali, venivano cantate e sonate antiche melodie con l’esecuzione di balli della tradizione.

In pratica, con l’attenta regia delle organizzazioni dopolavoristiche, le «tradizioni popolari», già dagli anni ’20, sono state rappresentate e così interpretate da gruppi «folkloristici» in diverse occasioni di tipo spettacolare.

Nello stesso contesto, gli studiosi rivolgevano le loro attenzioni a ricostruirne la storia; in tale quadro, però, sia per gli studiosi italiani, sia per quelli stranieri (questi da sempre orientati ad adottare una metodologia nomotetica per interpretare i fenomeni socio-culturali) le culture popolari si trasformavano e diventavano spettacolo; per esempio, il realismo sovietico adottava tale scelta come indirizzo scientifico per documentare e museificare la dimensione popolare delle differenti culture russe.

Dal canto loro, le popolazioni delle realtà etnografiche extraeuropee ex coloniali, con la decolonizzazione, acquisivano coscienza della loro identità culturale; inoltre si rendevano conto di aver contribuito alla vittoria sul nazifascismo nella Seconda Guerra Mondiale.

Questa presa d’atto, infatti, portò all’indipendenza. Però, nello stesso tempo, le classi dirigenti indigene si scontravano tra di loro con lunghe e sanguinose guerre civili, spesso indotte dalla strategia dei due blocchi, quello americano occidentale e quello sovietico-cinese, in base ai quali, sino alla fine degli anni ’80, era sostanzialmente orientata e divisa la politica mondiale.

Da un punto di vista antropologico, questa situazione della decolonizzazione, come è noto, ha provocato la fine del «primitivo selvaggio» che abbandona il «macete», le lance, l’arco e le frecce e, diventando guerrigliero rivoluzionario, imbraccia il kalashnikov e il bazooka.

In questo modo, il colonialismo tradizionale si è trasformato in neoimperialismo economico-politico, per poi approdare nell’attuale globalismo contro il quale reagiscono le numerose forme di integralismo religioso e sciovinistico controllate di fatto, in vario modo, da contrastanti imperi economici.

Per quanto riguarda l’Italia, già nell’immediato dopoguerra, nella seconda metà degli anni ’40 con il diffondersi tra i giovani del bughi bughi, portato dalle truppe alleate, la coreutica tradizionale veniva abbandonata durante le feste paesane e familiari.

In seguito, anche nei grandi incontri collettivi delle «Feste dell’Unità» i balli eseguiti dai complessi musicali, insieme al “liscio romagnolo”, erano quelli sincopati della tradizione musicale anglo-americana, ai quali poi è subentrato, in forma intensa, a metà degli anni ’50, il rock and roll di Elvis Presley.

Tutto questo complesso di nuovi modelli canori e coreutici, rafforzati da quelli prodotti da diversi festival nazionali (Festival di San Remo, di Castrocaro, ecc.), negli anni ’60, ha sospinto i canti e i balli popolari delle diverse regioni in una nicchia riservata soltanto ad appassionati, in quel periodo seguita e curata da un certo numero di etnomusicologi (Diego Carpitella, Roberto Leydi, Febo Guizzi), interessati a documentare quanto restava delle tradizione canore e coreutiche italiane.

Il modello che concretamente è emerso da questa atmosfera culturale era la forma dello spettacolo, nel quale viene coinvolta la cosiddetta «tradizione popolare» organizzata proprio da appassionati nella forma di gruppi definiti «folklo - ristici», in quanto rappresentativi di una realtà culturale non più vissuta, ma proposta come spettacolo.

In generale, tuttavia, nelle pratiche di religiosità popolare, organizzate soprattutto dalle associazioni paraliturgiche come confraternite e comitati per feste celebrate dalle comunità in onore di santi, rimangono forme rituali ascrivibili alle tradizioni popolari del passato.

Esempi particolarmente intensi e diffusi quasi ovunque sono le pratiche rituali della Settimana Santa gestite dalle confraternite che, in questo modo, sottraggono al clero ufficiale la ritualità extraliturgica e con tale sottrazione il sostanziale controllo della cerimonia religiosa nel contesto politico-sociale della comunità; si pensi, per esempio, a questo riguardo, al ruolo e alla funzione socio-politica delle numerose confraternite che a Siviglia gestiscono la Settimana Santa.

In tutti i casi, il più lento processo di trasformazione delle culture popolari nella loro prassi religiosa, sicuramente è determinato dal forte sistema conservativo che la Chiesa ha sempre adottato nella sua liturgia ufficiale, modificatasi solitamente in seguito ad appositi Concili sinodali e vaticani.

Dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, con la fine delle grandi ideologie che avevano caratterizzato i differenti schieramenti in blocchi politico-sociali tra di loro contrapposti, la vasta rivoluzione economico-sociale, determinata dal diffondersi della globalizzazione tecnologica, produttiva e finanziaria, ha provocato complessi e ampi sconvolgimenti etnici.

I modelli sociali delle società giunte ai livelli di benessere, soprattutto tramite la televisione, sono arrivati ovunque, suscitando, in particolare nei paesi del Terzo Mondo, desideri e prospettive di miglioramento in un’enorme quantità di persone rimaste ancora, in condizioni di miseria e spesso in realtà politico-sociali sconvolte da guerre etniche e civili: i paesi mediorientali e quelli africani costituiscono esempi abbastanza significativi.

Queste situazioni economico-sociali, diffuse a livello mondiale, a partire dai primi anni ‘2000, hanno determinato il complesso fenomeno dell’emigrazione di masse di persone che si spostano da zone povere o in crisi, per motivi bellici, per andare a trovare migliori condizioni di vita proposte soprattutto dai modelli delle società occidentali.

Un importante quadro di questi spostamenti migratori, come da diversi anni si può concretamente constatare, è il Mare Mediterraneo, con correnti di immigrati provenienti da vari paesi africani e del Medioriente; si tratta di persone che portano bagagli culturali tra loro molto diversi e soprattutto differenti da quelli delle popolazioni delle comunità dove giungono.

Come è antropologicamente noto, in questi nuovi contesti socio-culturali, si verificano i contatti fra le culture che si risolvono secondo due fondamentali direttrici: a) integrazione degli immigrati nella cultura locale; b) isolamento o ghettizzazione di questi ultimi in diverse forme di emarginazione.

In entrambi i casi, tuttavia, il contatto culturale risulta comunque in atto; provoca scambi di modelli e comportamenti culturali che si trasferiscono da una cultura all’altra. Il fenomeno si è già abbondantemente verificato con gli scambi culturali avvenuti in America con la tratta degli schiavi i quali, per esempio, hanno offerto numerosi modelli musicali e coreutici, poi diventati famosi nell’odierno patrimonio culturale americano.

Inoltre, l’arrivo in Italia degli immigrati, negli ultimi decenni, sta contribuendo a conservare equilibrata la situazione demografica nazionale altrimenti in crisi a causa della diminuzione delle nascite e del costante invecchiamento della popolazione.

In pratica, la presenza in Italia di circa 6.000.000 di persone provenienti da culture diverse e diffuse in gran parte delle regioni, nei prossimi decenni, provocherà una forte commistione tra la cultura indigena – quella delle località in cui esse vivono – e quella da cui provengono; questo significa che la F.I.T.P., in un prossimo futuro, dovrà rivedere il proprio approccio per arrivare a cogliere la trasformazione delle culture popolari delle diverse località e regioni nelle quali si insediano gli immigrati.

Il cambiamento culturale come conseguenza dei contatti tra le culture, come è noto, è un fenomeno storicamente già verificato; le culture delle regioni italiane ed europee sono di fatto esiti di contatti culturali etnici verificatisi nel corso dei secoli.

Da qui l’attuale necessità conoscitiva per la F.I.T.P. di guardare verso il futuro per cominciare a investigare su questo fenomeno e, quindi, cominciare a classificare e documentare le culture degli immigrati; in tale approccio, si possono cogliere i futuri esiti di integrazione che questi avranno con le comunità in cui vivono.

In sostanza, si tratta adottare un nuovo compito non solo di indagine scientifica, ma soprattutto di avviare la comprensione per capire quali modelli possono col tempo essere assimilati dalla cultura locale e, quindi, assunti come nuova cultura popolare condivisa.

In pratica, quest’attività presenterebbe la F.I.T.P. come un’istituzione operativa, impegnata in primo piano, nelle indagini sugli attuali processi di integrazione, assimilazione e commistione tra le culture locali e quelle portate dagli immigrati.

In tutti i casi, è una questione che i quadri dirigenti della Federazione dovranno affrontare nei prossimi anni se vogliono essere all’altezza dei tempi; inoltre, lo stesso problema è di fronte agli studiosi che intendono affrontare fenomeni popolari rappresentabili e interpretabili dall’antropologia della contemporaneità.