La parabola del reggipetto

img

«Accendevo la tv e mi trovavo spogliarelliste in mutande che spiegavano alle casalinghe come far arrivare il proprio uomo all’orgasmo a colpi di lap-dance. Solo trent’anni fa, cioè quando sono nata io, le nostre mamme davano fuoco al reggiseno e facevano picchetti davanti alla redazione di Playboy. E invece ora ci facciamo riempire le tette di silicone e mettiamo il logo di Playboy in bella vista come simbolo di emancipazione. Com’è possibile trasformare la società nel giro di così poco tempo?». Sono osservazioni lucidissime che Ariel Levy sviluppa nel suo «Raunch Culture», pubblicato nel nostro Paese da Castelvecchi con il discutibile titolo di «Sporche femmine scioviniste». Di questa acuta scrittrice è appena apparso da Bompiani l’opera «Le regole non valgono».

Queste osservazioni arricchiscono ulteriormente una letteratura – scientifica e letteraria – accumulatasi sul corpo e, complementarmente, su tutto ciò che viene in contatto con esso. A fini divulgativi, ricorderò: «La libération du corps» (1973) di Max Pagés; «Il corpo incompiuto» (1975) di Bernard Rudofski; «L’expressivité du corps» (1976) di Michel Bernard; «Le corps a ses raisons» (1976) di Thérèse Bertherat; «In principio era il corpo» (1977) di Sabino Acquaviva; «Pouvoir et corps» (1978) di Michel Foucault; «Corpo a corpo» (1978) di Natalia Aspesi e Lietta Tornabuoni; «Le corps redressé» (1978) di Georges Vigarello; «Il silenzio del corpo» (1979) di Guido Ceronetti; «Le dialogue corporel» (1980) di Pierre Vayer; «Vestirsi, spogliarsi, travestirsi» (1981) di Ernesta Cerulli; «Il corpo» (1983) di Umberto Galimberti; «Le corps et ses fictions» (1983) a cura di Claude Reicher; «Il linguaggio del corpo» (1984) di Alexander Lowen; «Il corpo tra natura e cultura» (1988) numero monografico di «Problemi del socialismo», a cura di Carla Pasquinelli, Mariella Combi, «Il grido e la carezza. Percorsi nell’immaginario del corpo e della parola» (1988); «Itinerari delle emozioni. Corpo e identità femminile nel Sannio campano» (1991) di Mariella Pandolfi; «Dimore del corpo. Profili dell’identità femminile nella Grecia classica» (1996) di Laura Faranda.

Quando accarezza il seno dell’amata «l’uomo attinge al pozzo della bellezza. La rotondità del seno, la sua pelle vellutata, il cerchio scarlatto dell’areola danno all’uomo la gioia dell’esteta», scrive Gérard Leleu, medico sessuologo francese nella sua opera «Il Trattato delle carezze» (2001), che tra biologia e cultura affronta in modo divulgativo ma non banale il mondo attorno al gesto universale della carezza. L’autore avverte opportunamente che «ridurre il rapporto sessuale al semplice coito significa disprezzare il proprio corpo e quello dell’altro. Impedendo alla sensibilità di manifestarsi in tutte le sue sfumature, gli uomini condannano le donne al sottosviluppo della loro sensualità, smussando tutte le sensazioni erotiche del loro corpo. Anche la partecipazione sentimentale ne risulta compromessa, perché l’affettività, per manifestarsi, necessita di carezze prolungate. D’altra parte, le donne, di solito più lente ad eccitarsi, si sentono frustrate: l’uomo, impaziente, teso verso il suo scopo, taglia corto con il loro desiderio. Le donne si lamentano di questa meccanizzazione dell’amore. Sapere che il coito sarà la conclusione inevitabile del rapporto sessuale, provoca una noia profonda» (Leleu, p. 47).

La moda, quale segno e simbolo della società, è stata spesso oggetto di un’approfondita riflessione sociologica. Mi limito a ricordare quella di George Simmel, che definisce la moda come frutto della tensione umana, contraddittoria, tra bisogno di uniformarsi e bisogno di differenziarsi. E questa sua teoria, come ha sottolineato Malcom Barnard, è proprio il centro della sua sociologia delle forme sociali e della sua analisi della cultura moderna. Simmel afferma: «Così la moda non è altro che una delle tante forme di vita con le quali la tendenza all’uguaglianza sociale e quella alla differenziazione individuale e alla variazione, si congiungono in un fare unitario». In questa analisi inoltre Simmel, parallelamente, differenzia società primitive e società civilizzate: è nelle prime che prevale l’impulso a conformarsi, più forte di quello del differenziarsi. Esse, infatti, sono governate da principi legati alla tradizione, ad antichi valori e credenze, che raramente vengono posti in discussione perché ritenuti tratti di un’identità che si vuole difendere nel tempo. Ciò che il sociologo tedesco riferisce delle società primitive può essere agevolmente applicato alle nostre società tradizionali, nelle quali possiamo constatare la permanenza di forme ereditate dal passato e che vengono trasmesse nel tempo, pur incontrando resistenze e contrapposizioni nelle più giovani generazioni.

Nella prospettiva qui delineata pensiamo alla permanenza dell’antico costume nelle società tradizionali e come in esse le donne anziane custodiscono forme e modi dell’abbigliamento trasmessi dai padri, rispetto ai quali i giovani contrappongono capi di rottura, voluti, oltre che per la loro eventuale praticità, per il loro essere, appunto, “nuovi”. Si pensi, ancora, per fare solo un esempio, alla diffusione planetaria che hanno avuto a partire in particolare dagli anni Sessanta i jeans, che, nelle loro varie forme, magari adeguatamente sfrangiati o tagliuzzati per esibire parti di epidermide e gusto di personalizzazione dell’indumento, inondano il panorama dei raduni giovanili anche attuali. Il jeans inizialmente era un genere in uso nella cultura contadina: il pittore acquarellista seicentesco, genovese, Antonio Pittaluga, dipinse spesso popolani che indossavano capi d’abbigliamento di tela blu, analoghi agli attuali blu jeans pantaloni. Nella seconda metà dell’Ottocento gli indumenti in jeans (il jeans è uno stile con precise caratteristiche – tasche, cuciture etc – ed è quasi sempre di un tessuto di cotone ritorto detto “denim”), furono usati da operai e minatori, quali abiti da lavoro, e negli anni Quaranta-Cinquanta divennero, prevalentemente nella forma dei pantaloni, indumento d’uso quotidiano o per il tempo libero. Non è questo l’unico caso di stravolgimento della funzione di un capo di abbigliamento o di un suo colore: penso al caso delle camicie rosse (indumento usato dagli scaricatori di porto) che Garibaldi utilizzò come divisa del suo corpo di rivoluzionari, facendole diventare così di moda, dal momento che le gesta e i tratti dell’“eroe dei due mondi” diventavano agevolmente un mito cui rifarsi e da ripetere fideisticamente.

Ritornando alla riflessione sul reggipetto – parola che preferisco, trovandola molto più erotica dell’equivalente “reggiseno”, caro alla successiva società dei consumi –, mi sembra che oggi assistiamo alla parabola del reggipetto, inventato quale strategia atta a valorizzare il seno, a renderlo ancora di più oggetto di eccitazione e di trasporto amoroso. Penso, per tutte, alle varie modulazioni che ne fa Ramón Gómez de la Serna che con il suo Seni (1917) compone la più alta elegia che sia stata scritta del seno: «Da vicino non voleva mostrarli, ma siccome noi uomini siamo tanto insistenti le proposi che me li lasciasse vedere dalla finestra, di sera, quando io, che abitavo di fronte, mi fossi affacciato per darle la buona notte. Che paura che se ne pentisse! Sarebbe rimasta abbandonata a se stessa. Sarebbe bastato che guardasse l’angelo che sosteneva l’acquasantiera, e la promessa sarebbe finita. Con tali dubbi giunse l’ora tranquilla che nella grande inquietudine era piena di rumori e di orecchi. Lei sapeva da quale lato della camera poteva essermi visibile». Leggendo queste frasi oggi, viene da ripensare, per analogia, allo sguardo che il commissario Lojacono rivolge alla sua dirimpettaia ogni sera, innamorandosene, mentre, a sua volta la donna è presa da amore per il suo silenzioso ammiratore, attendendo una dichiarazione che il commissario non potrà mai rivolgerle, a causa del suo triste privilegio di vedere, ogni volta che attraversa le strade della sua Napoli, i corpi di tutti gli assassinati e di ascoltare le ultime parole da loro pronunciate (vedi Maurizio De Giovanni, «I bastardi di Pizzofalcone», Einaudi 2013, da cui qualche anno dopo è stata tratta l’omonima serie televisiva).

In Italia ci sono svariati musei che conservano abiti e altri capi di abbigliamento, provenienti da collezioni di noti stilisti o donazioni di personalità della cultura e dell’arte (Milano, Firenze, Venezia etc); in particolare, ad esempio a Roma può essere visitato l’interessantissimo Museo Boncompagni Ludovisi per le arti decorative, il costume e la moda, nei pressi della celeberrima via Veneto, nelle cui sale sono esposte ampie collezioni di abiti primo-novecenteschi e anni Quaranta-Sessanta, tra le quali ricorderò quella di Palma Bucarelli, nota direttrice della Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, scomparsa vent’anni fa, conosciuta per la cura e l’eleganza che contraddistingueva il suo stile. Si tratta di un Museo in progress, per cui mi permetterei di suggerire ai curatori di sviluppare sezioni specifiche dedicate a singoli capi d’abbigliamento: tra queste una da dedicare al reggipetto, tratto estremamente eloquente che dice delle temperie culturali che lo hanno attraversato nelle sue complesse vicende, nella sua articolata parabola. L’amplissima pubblicistica di moda, poi, mossa anche dalle esigenze commerciali a essa connaturate, sviluppa, ancora, sull’abbigliamento e sui singoli capi di esso, tante e tante altre pagine. Su come questo tipo di messaggio pubblicitario attivi processi di identificazione, ci sarebbe molto da riflettere, utilizzando anche una letteratura scientifica vastissima che si è soffermata sui meccanismi utilizzati per diffondere l’antisemitismo: penso a un celebre scritto di Sartre, e altre forme di razzismo e di manipolazione del consenso elettorale.

La parabola del reggipetto di cui ho ripercorso parte dalla sua invenzione, attraversa trionfalmente la fase in cui viene slacciato, brandito e negato (spesso bruciato), quale orgogliosa rivendicazione della volontà delle donne di non essere più relegate dalla egemonica volontà maschile in una loro femminilità equiparata di fatto a una loro indiscutibile inferiorità, per approdare infine alla fase attuale, nella quale viene accantonato perché i seni devono essere appuntiti, eretti e svettanti liberamente nell’aria, quasi per nulla celati da vestiti alla moda, che si adagiano fluidamente lungo il corpo, secondo i dettami dell’alta moda, prontamente adottati da quella che si rivolge alle classi medie e piccole con prezzi per loro più accessibili. Sembrerebbe così che le donne abbiano acquisito una nuova, agognata libertà.

In effetti – come ho tentato di dimostrare in un mio scritto che sta per apparire su «Voci» 2018, nella parte monografica dedicata a «Rappresentazioni della sessualità» – le donne oggi, rispetto alla società tradizionale, si sono liberate da antichi servaggi, ma sono condannate, di fatto, a nuove solitudini. Non sta a me giungere a ulteriori conclusioni.