Indirizzi culturali e funzioni sociali F.I.T.P. dall'istituzione a oggi

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La F.I.T.P., come molti sanno, è nata il 25 ottobre 1970 inserita nel quadro delle attività dell’Ente Nazionale Assistenza Lavoratori (ENAL), istituzione da tempo impegnata in funzioni dopolavoristiche e ricreative; nello stesso anno, il 12 dicembre fu meglio definita come Federazione autonoma, con apposito protocollo n. 785; in quella occasione fu denominata F.I.A.T.P.E. (Federazione Italiana Arti e Tradizioni Popolari Enal); successivamente si passò al nome F.I.T.P.E. (Federazione Italiana Tradizioni Popolari Enal).

Nell’atto istitutivo si legge che «è costituita, ad iniziativa dell’ENAL, la FITPE, quale organismo autonomo, rappresentativo dei Gruppi Folkloristici Italiani. La stessa agisce sotto il controllo dell’ENAL a norma della Legge 4 aprile 1937, n° 817”».

Pertanto, gli affiliati venivano tesserati all’ENAL della provincia di appartenenza, quindi, con apposito cartellino venivano seguiti dalla FITPE nelle attività riguardanti le «tradizioni popolari» delle rispettive comunità dove essi si costituivano in «gruppi folkloristici».

In questa fase iniziale, gli indirizzi culturali verso la Federazione e verso i gruppi associati venivano indicati da Giuseppe Profeta che, formatosi alla scuola di Paolo Toschi (noto professore di Storia delle Tradizioni Popolari nell’Università di Roma), allora insegnava la stessa disciplina presso l’Università dell’Aquila.

Erano indirizzi che, collocati in un sottofondo teorico storicistico, miravano a rivalutare le qualità dei modelli folklorici piuttosto che le qualità dei relativi portatori nell’attività di folklorizzazione. Infatti, da qui è derivata la prima prospettiva educativa portata avanti dai gruppi, secondo la quale l’essenza del folklore si fondava più sull’antichità dei modelli piuttosto che sul livello sociale dei portatori.

Si è trattato, quindi, come si può rilevare dalle opere di Giuseppe Profeta, di una valutazione abbastanza negativa svolta dai gruppi e dai loro associati, considerati meri esecutori di antichi modelli e, quindi, privi di qualsiasi capacità critica sulla rifunzionalizzazione e rivitalizzazione della «tradizioni popolari»; fra l’altro, in quel contesto queste venivano intese soprattutto come modelli antichi di un passato da conservare in una dimensione museografica vivente.

Tale orientamento teorico costituirà la base delle attività dei gruppi per numerosi anni, durante i quali venivano cercate, nelle tradizioni orali degli anziani, le «antiche» origini delle culture popolari, a cominciare dall’abbigliamento, per continuare con i canti, le musiche, i balli, i vari comportamenti cerimoniali e rituali delle diverse occasioni festive e di quelle feriali di un mondo lavorativo agro-pastorale che di Vincenzo Cocca L però, nel frattempo, scompariva travolto dall’industrializzazione e dalla meccanizzazione delle campagne.

Per due decenni ed oltre, la linea culturale dei gruppi «folkloristici» seguì interessi arcaicizzanti e conservativi rivolti a condurre un messaggio pedagogico di museificazione di realtà culturali ormai desuete del mondo rurale e preindustriale.

Tuttavia, sebbene l’approccio risultasse sradicato dalla contemporaneità, che intanto modificava tutto, le attenzioni per le ricerche, la documentazione sul campo e la connessa reinterpretazione dei dati folklorici, tramite le rappresentazioni spettacolari nelle piazze e nei teatri, sono state esperienze positive dalle quali, successivamente, si è potuto reinventare e rivitalizzare il patrimonio di culture popolari.

Intanto, alla fine del 1978, l’ENAL fu sciolto e la Federazione Italiana Tradizioni Popolari divenne un Ente autonomo; l’atto costitutivo e lo Statuto furono stipulati in data 6 dicembre 1978, presso lo studio del Dr. Pietro Polidori, notaio in Roma, con il Rep. n. 255053, nella Raccolta n. 14541; i relativi documenti furono registrati presso il Tribunale di Roma il 19 dicembre 1978 al n. 14.905 – vol 2347.

Nel nuovo contesto di importanti trasformazioni organizzative, dopo le dimissioni del Prof. Profeta (1980) per motivi professionali e di famiglia, con i nuovi quadri dirigenti la FITP porta avanti una nuova funzione educativa organizzando eventi internazionali ed interessanti attività spettacolari.

Infatti, nei primi anni ’80 del secolo scorso, l’indirizzo culturale della Federazione viene indicato dal Prof. Aurelio Rigoli dell’Università di Palermo, al quale si deve l’istituzione del Premio Giuseppe Pitrè e l’attivazione accademica in Italia dell’Etnostoria: una disciplina che studia le varie culture e la loro trasformazione in base ai processi della complessità e dell’interconnessione; le indagini etnografiche, quindi, devono essere rivolte su più fonti: quelle scritte, quelle sul campo e quelle basate sulle tradizioni orali.

Su tale indirizzo di tipo pragmatico e storicistico, per gran parte degli anni ’80 del ‘900, fino al 2008, i gruppi folklorici – così vengono meglio definiti dal Prof. Rigoli – conducono le loro ricerche per documentare e recuperare le «tradizioni popolari» delle rispettive comunità.

Da qui l’individuazione delle differenti identità regionali e locali considerate basi per le trasposizioni sceniche elaborate dai diversi gruppi e soprattutto dal nuovo gruppo dirigente federale per realizzare spettacoli folklorici proposti al pubblico in occasione di feste, sagre ed eventi folklorici.

In tale periodo, da parte dei gruppi la riflessione teorica e la conseguente attuazione pratica, nelle esibizioni, della nozione di trasposizione scenica delle «tradizioni popolari» del passato, ha raggiunto un certo risultato positivo, arrivando, inoltre, ad una prima valutazione critica degli spettacoli, da considerare finalmente col moderno metro dell’antropologia della performance, ovvero dello «spettacolo», nel quale vengono rispettate tutte le regole imposte dal palcoscenico.

Questi esiti attualmente vengono ulteriormente sviluppati con nuove motivazioni teorico metodologiche dall’attuale Consulta Scientifica che orienta i gruppi a ritenere che le attuali «culture popolari» non costituiscono un risultato meccanico e statico delle antiche «tradizioni popolari», in quanto ogni processo di trasformazione e di rifunzionalizzazione negli spettacoli folklorici, in sostanza, provoca una loro rinascita e rivitalizzazione; inoltre, in tali processi si verificano i contatti e le commistioni culturali con ovvii esiti di meticciato, ovvero di incroci e connessioni tra dati del passato con quelli attuali, nei quali sono forti gli elementi veicolati dalla tecnologia.

Nella rappresentazione folklorica attuale, un canto, un ballo, una musica vengono di fatto trasformati da cultura popolare vissuta in spettacolo. Pertanto, in quanto tali, essi devono seguire, come è da sempre stabilito negli spettacoli, specifiche regole, quelle dello spazio teatrale, dove ciò che viene rappresentato non è la vita reale, ma soltanto una sua immagine rappresentata in quel dato momento; ovvero è una «rappresentazione», una ricostruzione simbolica della realtà, così come avviene in un dipinto.

Ai gruppi folklorici, così come agli studiosi, restano le interpretazioni contingenti di ciò che essi rappresentano: ai gruppi le interpretazioni realizzate negli spettacoli, agli studiosi le interpretazioni condotte e raggiunte nelle analisi delle loro opere.