Il riposo, il pericolo, lo svago: feste nel sud

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La riflessione demoantropologica ha delineato l’orizzonte problematico delle feste.

Raccolti i frutti delle colture primaverili, e prima di procedere alla piantagione di quelle autunnali, l’estate rappresenta nella società contadina tradizionale il momento del riposo, dalla fatica dei campi, per cui il tempo individuale può essere speso nella dimensione collettiva, nella socialità di gruppo, e in quant’altro può mitigare la solitudine vissuta nelle altre stagioni.

Ma proprio perché periodo vuoto rispetto alle colture, l’estate rappresenta contemporaneamente e non contraddittoriamente lo spazio del rischio, simbolico, del vuoto vegetale, non essendovi più il seme del grano deposto a germogliare ed essendo stato falciato (la falce messoria, simbolo di morte) e si è pertanto esposti al rischio, visto che la natura aborre il vuoto e a essa si confà la gradualità (natura non facit saltus).

Tutto questo si svolge in un sottofondo magmatico che nel suo incessante ruotare si sedimenta nell’immaginario segnandolo in maniera decisiva e che è ravvisabile ancora oggi, nell’universo festivo contemporaneo pur notevolmente mutato dall’inarrestabile fluire del tempo.

L’esigenza di svolgere nel periodo primaverile-estivo le feste è ben descritta da Domenico Dara nei suoi Appunti di meccanica celeste (Nutrimenti, 2016) – che segue il suo affascinante Breve trattato sulle coincidenze (Nutrimenti, 2014) – ambedue ambientati a Girifalco, paese natale dello scrittore.

“Come ogni paese della Calabria, il tempo e la vita di Girifalco erano cadenzati dalle feste religiose, soprattutto perché in quelle occasioni i parenti emigrati tornavano al paese, le famiglie si ricomponevano, le case si riempivano, le madri ritornavano a essere madri e i figli figli, e questa era la vera magia, che poi Cirifàrcu era un paese fortunato che le sue due feste importanti coincidevano con i tempi delle vacanze, che la Cunfrunta si faceva mattina di Pasqua e San Rocco cadeva il 16, proprio il giorno dopo ferragosto, che nessun santo poteva scegliersi data migliore.

E quindi i cirifarcùati erano venturati assai; che gusto c’era ad avere la festa patronale il sedici novembre o il quattro febbraio, quando il tempo freddijàva e pioveva e i parenti lavoravano lontano sotto cappe di nuvole ferrose?”.

La riflessione demoantropologica ha delineato l’orizzonte problematico delle feste: sia qui sufficiente un semplice accenno agli studi, ovviamente di diverso spessore e diverso ancoraggio nella realtà contemporanea, e ai suoi spazi territoriali, di Kàroly Kerény e di Ernesto de Martino, di Antonino Buttitta, di Ignazio Buttitta, Elsa Guggino, Gabriella D’Agostino, Fatima Giallombardo, Sergio Bonazinga, Mauro Geraci, Mario Bolognari per la Sicilia; Raffaele Corso, Raffaele Lombardi Satriani, Mariano Meligrana e io stesso, Francesco Faeta, Vito Teti, Maria Pascuzzi, per la Calabria; Clara Gallini, Mario Atzori, Maria Margherita Satta per la Sardegna; Lello Mazzacane, Gianfranca Ranisio, Alberto Baldi, per la Campania; Giovanni Pansa, Gennaro Finamore, Alfonso Maria di Nola, Alessandra Gasparroni, Adriana Gandolfi per l’Abruzzo.

Nella prospettiva problematica qui delineata, anche se per tratti generalissimi, riporterò gli aspetti di alcune feste alle quali ho assistito a volte partecipando a diverse edizioni di esse, nel corso della mia pluridecennale esperienza di ricerca.

La feste di San Filippo, che si celebra il 13 maggio a Favelloni, piccolo centro del vibonese, apre la serie delle feste estive, che cadenzano la vita religiosa e civile di questo vasto territorio calabrese e non soltanto di esso. È una festa molto sentita dai fedeli di Favelloni e dei paesi limitrofi.

Segue a distanza di poco la festa della Madonna di Porto Salvo che si celebra ogni anno nell’omonima frazione di Vibo Valentia, che si celebra il martedì successivo alla Pentecoste. Nei giorni precedenti le vie del piccolo centro, che in parte si snoda lungo la provinciale Vibo Marina-Tropea, si affollano di bancarelle, di luna park e altri impianti per il divertimento, mentre pali di legno sormontati da cornici con lampadine multicolori intermittenti, conferiscono alle giornate una dimensione eccezionale di festa, che invita allo svago e agli scambi interpersonali.

Una grande costruzione in legno raffigurante una stella o le iniziali della madonna, punteggiate da lampadine, viene apposta sulla facciata della chiesa, da dove il martedì della festa uscirà il fercolo con la statua, è il momento clou della festa, che si ripete immutato negli anni: lenta uscita della Madonna, devoti che si affollano ai suoi piedi per toccarla, baciarla, protendendo verso di lei bambini di cui si chiede la guarigione, o la protezione per gli anni a venire, suono delle trombe e inizio di marce intonate dalla banda, fuochi di artificio, lento avviarsi da parte dei sacerdoti che precedono la statua in una processione che percorrerà tutte le vie del paese per rinnovare la protezione simbolica che attraverso essa viene estesa sullo spazio urbano.

La processione con la madonna, salutata ancora una volta dai fedeli con canti e spari di mortaretti, rientrerà dopo ore in chiesa, di proprietà della mia famiglia, che sostiene il parroco in tutte le occorrenze del culto. Anche io avverto fortemente il dovere familiare di tale culto e ogni anno assistere a questa festa è per me un dovere inderogabile.

Rientrata la processione, le famiglie si riuniscono a tavola, anche con familiari emigrati nelle città del Nord per ragioni di lavoro e rientrati appositamente per la festa e con parenti di altri paesi invitati per rendere ancora più solenni i festeggiamenti della ricorrenza.

Il pomeriggio è dedicato al passeggio per le vie del paese, alle bancarelle, con gli utensili per la casa, e i dolciumi per i ragazzi, alle diverse attrazioni dei giochi con prove di forza muscolare e destrezza, al ballo dei giganti. Si tratta di enormi fantocci di legno, nei quali si introducono coloro che devono portarli in giro ballando, con il volto di cartapesta pressata e colorata.

Si chiamano il Re e la Regina o il gigante e la gigantessa, a Messina Mata e Grifone (e vanno in giro per la città in occasione della festa del 15 agosto): sono i fondatori della città e il loro ripercorrere le strade, accompagnati dal tamburo e dalla grancassa e da un codazzo di bambini, rappresenta una sorta di rifondazione simbolica, un’ulteriore immissione di vita nell’esistenza della comunità.

È una costumanza molto diffusa nei centri meridionali e in altri Paesi del Mediterraneo, quale ad esempio la Spagna. A volte i giganti vengono commissionati, per così dire, da una famiglia, per festeggiare una loro ricorrenza; l’estate scorsa mi è capitato di assistere al loro ballo perché una famiglia di miei vicini festeggiava il compleanno di una bambina.

Ai Giganti si accompagna spesso, in alcuni paesi, ’u camiju (il cammello), realizzato in cartapesta pressata con un’ampia apertura sul dorso nella quale entra colui che dovrà ballarlo per le vie del paese; questi aziona un palo alla cui sommità è posta la testa dell’animale che tramite una cordicella muove la bocca fingendo che esso si accinga a divorare coloro, prevalentemente bambini, che si avvicinano e che a lor volta si ritraggono, tra gli schiamazzi degli astanti, fingendo di essere atterriti.

Ritornando a Portosalvo, oltre che ai giganti il pomeriggio della festa è dedicato agli “incanti”: si tratta di offerte votive alla Madonna (dolci fatti in casa come il caratteristico pandispagna (farina impastata con molte uova, fatta lievitare e la cui sommità è decorata con ricami di zucchero nei quali sono conficcati numerosi cioccolatini avvolti in carte colorate), polli, conigli, bottiglie di vino e prodotti della campagna che il banditore annuncia via via ponendoli all’asta, che scatena una gara tra i presenti che finiscono coll’aggiudicarsi un prodotto domestico (magari lo stesso da loro donato ad un prezzo molto superiore a quello di mercato): sembrerebbe un comportamento economicamente aberrante, ma il tutto mostra una logica profonda perché attraverso questa competizione si mette in scena, per così dire, e si risolve pacificamente un conflitto che, lasciato esplodere sul piano realistico avrebbe potuto causare ben più gravi lacerazioni; l’incanto, dunque, come la teatralizzazione del conflitto e una sua risoluzione simbolica.

La sera, infine, è dedicata al palco. La banda si esibisce nell’esecuzione di opere liriche famose (sono le bande infatti a essere state fattore dell’educazione musicale delle masse contadine, lontane, ovviamente, non solo geograficamente, dai templi dell’Opera) e sempre più spesso negli ultimi anni da complessi dotati di un gigantesco apparato di amplificazione e parco luci che accompagna l’ingresso in palcoscenico di una cantante più o meno sconosciuta, ma sempre “reduce da una fantastica tournée internazionale”: a seconda che la cantante sia apparsa o meno in televisione, magari in una trasmissione di terz’ordine, la sua quotazione sale vertiginosamente, al punto che il Comitato della festa spesso sborsa per poche canzoni della “diva” ingenti somme, donate dai fedeli alla Madonna; è anche vero però che tanto più persone partecipano alla festa, anche da paesi vicini, contribuendo al suo indotto, quanto più nota è la diva prevista per il finale.

Alla fine di questa performance, la festa si conclude con fuochi pirotecnici, da terra e per aria: e girandole multicolori, camiuzzu ’i focu (=cammellino di fuoco), analogo o simile al cammellino che accompagnava i giganti: lo scheletro è fatto da canne imbottite da polvere da sparo, mentre rotelline di fiamme colorate sprizzano da ogni parte, man mano che il cammellino prende fuoco.

Chi lo balla si avvicina per scherzo agli astanti che si ritraggono divertiti. I fuochi d’aria punteggiano il cielo di razzi che esplodono a più riprese disegnando nella volta celeste fiori girandole di diverse grandezze e così via, suscitando cori di stupita ammirazione da parte degli spettatori.

La cosiddetta “palla barese” (una bomba di notevole intensità) concluderà la festa, che si ripeterà con le stesse modalità l’anno successivo. Mi sono dilungato su questa festa perché in qualche maniera può rappresentare il prototipo delle feste estive che punteggiano il calendario della liturgia festiva popolare delle nostre regioni meridionali.

Con le stesse modalità infatti si svolge sostanzialmente la Festa della Madonna di Portosalvo a Parghelia, centro marinaro che ha sviluppato nei secoli un fitto scambio con l’opposta sponda nel Mediterraneo, come hanno rilevato i viaggiatori stranieri che hanno parlato della caratteristica marinara di questo centro vicino alla più nota Tropea.

Nella Basilica della Madonna a Parghelia, sono appesi numerosi ex-voto marinari che rappresentano la grazia ricevuta, mentre il mare in tempesta metteva a repentaglio la vita dei naviganti e la stessa imbarcazione.

La festa ricorre la seconda domenica di agosto e si svolge principalmente il sabato e la domenica; il sabato è considerato essenzialmente dai parghelioti come la propria festa, perché il giorno seguente l’afflusso notevole dei tropeani rischia di snaturare la festa stessa.

Resta comunque centrale la processione solenne che si svolge nelle ore pomeridiane e che giunge al tramonto al Monumento ai caduti in mare, dove si ferma per una solenne litania, al termine della quale la statua inizia il suo lento ritorno in chiesa, mentre le vie del paese si illuminano con le luci colorate che le hanno adornate sin dai giorni precedenti.

Le stesse modalità principali che ho qui ricordato si ritrovano nella Festa della Madonna di Costantinopoli, protettrice di San Costantino di Briatico, mio paese natale e punto essenziale della mia memoria e dei miei periodici ritorni in Calabria.

Ma questa mia rassegna necessariamente sintetica sarebbe totalmente monca se non citassi almeno due pellegrinaggi ai quali ho partecipato e che sono punto di raccordo e di riferimento ineludibile dei calabresi e dei lucani: quello della Madonna di Polsi in Aspromonte e quello della Madonna del Pollino.

Ho partecipato più volte a quello aspromontano, percorrendo faticosamente a piedi l’ultimo tratto che porta alla chiesa, da dove il 3 settembre esce la processione che conclude i pellegrinaggi che si sono svolti già dai primi mesi dell’estate.

La notte precedente viene trascorsa attorno ai fuochi dove sono state sgozzate e arrostite le capre, in un gigantesco rituale che la Chiesa ha tentato inutilmente di reprimere. Il rituale è stato più forte, affondando le sue radici nell’antichità precristiana e traendo forza dallo spargimento del sangue della vittima salvifica.

Quello della Madonna del Pollino è stato da me compiuto nei primi anni Settanta, assieme ad Annabella Rossi, con la quale mi arrampicai a piedi per raggiungere i pressi del Santuario dove dormimmo sdraiati per terra mentre il suono delle tarantelle si ampliava per la vallata.

Alla discesa, su sollecitazione di Annabella, noleggiai un asino, sul quale ci ponemmo per faticare meno scaricando il peso sull’animale che forse consapevolmente si vendicò scivolando e cadendo per terra coinvolgendo nella rovinosa caduta anche noi che ci eravamo gloriosamente seduti a cavalcioni: alcune fotografie documentano questo nostro non certamente glorioso.

Oggi sia la chiesa di Polsi che quella della Madonna del Pollino sono raggiungibili piacevolmente in auto, ma molti devoti continuano a preferire l’itinerario devozionale a piedi. Segno questo di come l’utilità non è il solo metro possibile per giudicare le scelte rituali, dal momento che nel rito, quale il pellegrinaggio indubbiamente è, ciò che si mette in scena è la possibilità della perdita di sé, della propria presenza nel mondo, direi con terminologia demartiniana e contemporaneamente la possibilità del trascendimento di tale pericolo nella sicurezza di una salvezza riconquistata attraverso la penitenza appunto. Teatralizzazione essenziale nella vita, per la vita.