Il coro dei gondolieri e il maestro Giulio Ruetta: Quando il canto popolare si fonde con la musica colta

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La categoria professionale dei gondolieri veneziani rappresenta una complessa realtà culturale fatta di tradizioni tramandate di generazione in generazione e innovate o adattate ai tempi che cambiano, fattori che la rendono oggigiorno ancora vitale. Questo gruppo sociale veneziano è caratterizzato da numerosi elementi peculiari, ma uno dei più affascinanti è la passione per il canto diffusa oggi come in passato. A Venezia, come in molte altre realtà culturali, la diffusione di canzoni legate ai mestieri è sempre stata molto presente come per esempio le cantilene, spesso con doppi sensi a sfondo sessuale, tramandate dagli operai battipali (coloro che piantano i pali di legno sui fondali lagunari) e usate per coordinare e ritmare i movimenti dell’alzata e la caduta del maglio sulla testa del palo (Plastino 2016; Bertelli 2012; Leydi 1973) . Ma tra tutti, i gondolieri sono coloro che hanno lasciato maggiormente il segno nell’ambito della musica popolare veneziana. Molte sono le testimonianze storiche, bibliografiche ma anche iconografiche, di questa loro passione: una la incontriamo nella consuetudine dei freschi, delle passeggiate che si effettuavano in passato con le barche, meglio se con la gondola dalle sponde più basse, durante le calde serate estive alla ricerca del rinfrescante sollievo dato dalla vicinanza dell’acqua (Crivellari Bizio 2007).

Durante queste passeggiate, ad allietare ulteriormente le afose sere e notti d’estate si usava cantare canzoni, le cosiddette canzoni da battello, dei canti in veneziano, quasi sempre anonimi e basati su testi poetici, molto in voga nel XVIII secolo. Secondo la testimonianza di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) riportata nel suo Dictionnaire de Musique, le cosiddette canzoni da battello venivano non solo cantate, ma spesso anche composte dai gondolieri ispirandosi alle arie d’opera più in voga all’epoca (Rousseau 1753). Da questa consuetudine popolare, in cui si dilettavano anche i ricchi patrizi, sono derivate le odierne e ben note serenate in gondola offerte dal mercato turistico ai visitatori della città e che ancora includono nel loro repertorio alcune delle più famose canzoni da battello.

Un’ulteriore testimonianza del legame dei gondolieri con il canto risale ancora una volta al XVIII secolo quando J.W. Goethe, durante un soggiorno a Venezia, annota in termini entusiastici nel suo diario (per l’esattezza il giorno 6 Ottobre 1786), poi pubblicato col titolo di Viaggio in Italia, che i gondolieri usavano cantare durante la voga, ma soprattutto amavano declamare le ottave della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, facendo riecheggiare il loro canto tra i canali da dove arrivava, similmente a un’eco, la suggestiva prosecuzione lontana di un altro gondoliere. Grazie alle sue annotazioni minuziose possiamo anche risalire ai costi di questo particolare servizio; segna infatti nella sua nota spese: «gondola la sera 3 lire. Cantar del Tasso 6 lire» (Goethe 1817).

Nonostante la grande e durevole diffusione a livello popolare dell’opera, molti furono all’epoca gli scettici circa il fatto che i gondolieri cantassero realmente le ottave del Tasso. Tra questi si annovera anche Ippolito Pindemonte convinto del fatto che ciò che questi cantavano non fosse altro che il frutto di pura fantasia e invenzione dal momento che i viaggiatori stranieri non potevano comprenderne le parole. Fantasia o realtà che fosse, a partire dal XVIII secolo la mitizzazione dei gondolieri-cantanti fece il giro d’Europa contribuendo ad alimentarne la fama. A riprova del reale interesse dei gondolieri per la Gerusalemme, ancora oggi presso la cooperativa di gondolieri Daniele Manin, la più antica e risalente al 1868, è conservata una edizione ottocentesca dell’opera tradotta in veneziano. Un’ulteriore testimonianza la fornisce il gondoliere Stelvio Costantini (nato nel 1941); rammenta Costantini che durante gli anni ’50 suo padre, gondoliere a sua volta, è stato uno degli ultimi a cantare in gondola la Gerusalemme e che per esercizio di memoria usava ripeterne spesso i versi durante le piccole azioni della vita quotidiana, per esempio alla mattina mentre si lavava e radeva4. Bisogna considerare che in quegli anni solo alcuni gondolieri sapevano leggere e scrivere correttamente, e di conseguenza l’apprendimento era in genere basato sull’oralità e la memorizzazione.

Raccontano altri anziani gondolieri che il canto del Tasso era spesso vissuto dal gondoliere non come un piacere o un sistema per guadagnare più soldi, bensì come un modo per affermare una presunta superiorità su di un collega, per sfidare l’altro alla competizione nella voga o semplicemente per attaccare briga. Ecco che all’occorrenza si cantavano brani inneggianti alla provocazione o alla presa in giro più o meno bonaria, riservando al canto una valenza non solo artistica e rivelandoci molto del mondo identitario dei gondolieri (Vianello 2011).

Come si è finora visto, la passione dei gondolieri per il canto ha origini lontane e la ritroviamo, più vitale che mai, nella seconda metà del XX secolo. Negli anni Sessanta in pieno folk music revival, grazie all’incontro tra il maestro Giulio Ruetta (Venezia 1925–2011), pianista del teatro la Fenice, con il gondoliere Umberto Valesin e il suo gruppo di gondolieri appassionati di canto, cioè grazie all’incontro tra musica colta e tradizione popolare, nasce un duraturo sodalizio che porterà il coro a varcare i confini veneziani e nazionali. Valesin negli anni ’50 scopre di possedere una bella voce da baritono e inizia a prendere lezioni di canto da Ruetta. In questi anni Valesin raccoglie attorno a sé un piccolo gruppo di gondolieri che seleziona personalmente mentre li sente cantare in gondola e che si diletta di dirigere in un suo coro amatoriale5 . Venuto Ruetta a conoscenza del coro, decide di impegnarsi a titolo gratuito per insegnare i fondamenti del canto, anche se Valesin resterà sempre il direttore ufficiale. Come ricorda la figlia di Ruetta, alcuni dei più dotati iniziano a frequentare l’abitazione del maestro che in questi anni vive un gran viavai quotidiano di gondolieri. Il gondoliere in pensione Giuseppe Barugolo, che fa parte del coro dal 1984 fino alla sua lenta dissoluzione attorno alla fine degli anni ’80 avvenuta a causa della mancanza di ricambio generazionale, descrive Ruetta come una persona dolcissima, estremamente gentile e dotata di una grande pazienza nell’accompagnare il piccolo gruppo di autodidatti verso il bel canto, per l’esattezza descrive il loro rapporto spiegando che era come «uno di noi». Rispetto a Ruetta, Barugolo ricorda Valesin come il direttore «quello più severo, quello che ci dava la carne», come si usa dire a Venezia in occasione di aspri rimproveri6; nonostante questo suo aspetto burbero, tra i due si instaura un profondo legame di amicizia che durerà fino alla scomparsa di Valesin. Ruetta nutre da sempre un grande interesse per la musica tradizionale veneziana e coglie l’occasione di questo nuovo connubio per comporre dei brani di ispirazione popolare coinvolgendo la moglie Liliana nella scrittura dei testi in veneziano (un dialetto caratterizzato da parole tronche)7 . Dei brani in stile popolare che coadiuvati dall’immagine dei gondolieri assurti a emblema della venezianità, varcheranno i confini della laguna per far conoscere la canzone veneziana nel mondo si ricordano in particolare Do cuori e ‘na gondola e Venezia sogno di tutti ancora oggi proposti ai turisti (negli anni ’70 incise dal coro su alcuni Lp grazie al produttore milanese Carlo Alberto Rossi).

Il sodalizio tra Ruetta e Valesin ha immediato successo e vede impegnati assieme al maestro al pianoforte tre musicisti-gondolieri (Lalo alla fisarmonica, Bepi al mandolino, Rino al contrabbasso) e undici cantanti. D’estate sono una presenza fissa per animare le feste sulla cosiddetta galleggiante, una grande imbarcazione sulla quale veniva allestito un gazebo di luci colorate in occasione della festa religiosa del Redentore, e negli alberghi più lussuosi. Durante il periodo invernale, quando il lavoro per i gondolieri scarseggiava, il gruppo si dedicava a spettacoli nei teatri cittadini e soprattutto allo studio bisettimanale del canto in una piccola sala all’ultimo piano di un edificio situato dietro piazza S. Marco, messa a loro disposizione dall’allora Ente Gondola (oggi istituzione del comune). Come ricorda Barugolo, il fenomeno dei Vocalist Laguna, poi divenuti Gondolieri Laguna, negli anni ’70 e ‘80 varca i confini veneziani. Ruetta riceve numerosi premi internazionali e i Vocalist Laguna iniziano delle fitte tournée nelle principali città europee come Berlino, Parigi, Londra, Lione, talvolta portando con sé anche delle gondole come nel caso di Parigi e Lione dove vengono allestiti dei veri e propri spettacoli sull’acqua.

In seguito, vengono invitati anche a vari festival negli Stati Uniti, in sud America e persino in Giappone. Barugolo ricorda in particolare i 45 giorni di concerti tenutisi a Orlando in Florida per la calda accoglienza di pubblico, ma anche per i buoni guadagni.

La figura di Ruetta e il fenomeno dei Vocalist Gondolieri Laguna hanno dato voce ed espressione non solo alla musica veneziana, ma anche all’intera cultura identitaria della città.

Ci troviamo di fronte ad un interessante esempio di innovazione della musica popolare veneziana e della cultura orale dei gondolieri: come già visto, quando l’analfabetismo era la norma, i gondolieri eseguivano pezzi che erano stati imparati (cioè tramandati) perché sentiti cantare da altri, senza curarsi di chi fosse l’autore e liberi di apportare variazioni personali secondo le procedure tipiche delle culture orali (Sanga 2008).

Il connubio tra Ruetta e il coro dei gondolieri porta per la prima volta alla formalizzazione di alcuni dei testi cantati dai gondolieri, e cioè alla possibilità di trasmettere dei canti immutati nel tempo e di cui possiamo averne testimonianza ancor oggi.