I vini divini siciliani

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La ricostruzione della cultura millenaria del vino in Sicilia comporta un viaggio affascinante e significativo attraverso le numerose civiltà che hanno popolato l’isola. Si ritiene che la vite crescesse spontaneamente molto tempo prima della colonizzazione greca, ma soltanto intorno all’VIII secolo a.C. proprio i Greci introdussero le tecniche di potatura e di coltura ad alberello mutandone, così, il tipo di allevamento. Nonostante essi abbiano contribuito allo sviluppo enologico in Sicilia, recenti scoperte archeologiche condotte nell’agrigentino hanno dimostrato che il vino più antico d’Italia e di tutto il Mediterraneo occidentale sia stato prodotto quasi 6000 anni fa.

Questo percorso storico conduce inevitabilmente a non sottovalutare l’aspetto antropologico ricco di simboli e valenze rituali. Il vino induceva alla frivolezza in conseguenza degli effetti inebrianti; portava alla libertà, alla violenza che, nel rito spirituale, era elemento di mediazione tra l’essere umano e la divinità. Dioniso e la corte di baccanti venivano glorificati e invocati affinché il raccolto fosse proficuo. I riti dionisiaci, celebrati due volte l’anno (in autunno, periodo di vendemmia e in primavera), erano descritti come lunghi cortei in cui l’esaltazione e la frenesia avevano come unico responsabile il vino.

Con la dominazione romana la viticoltura e i vini siciliani ebbero un largo consenso nel mondo antico. Nelle classi sociali più nobili fu molto apprezzato il Mamertino, vino dolce siciliano fra i preferiti da Giulio Cesare. Oltre questo bisogna menzionare il Tauromenitanum che, cantato da Plinio il Vecchio e Cicerone, veniva prodotto nelle zone di Naxos ed utilizzato per le cerimonie in onore di Apollo, ed il Potulanum e l’Haluntium di cui però si sono perse le tracce.

Tra la fine dell’impero romano e le successive dominazioni, la viticoltura siciliana conobbe fasi alterne: nel periodo bizantino la metà delle terre diventarono proprietà di comunità religiose, ed essendo il vino elemento preponderante per la celebrazione della messa, divenne fondamentale lo sviluppo dei vigneti; successivamente la dominazione araba (827-1061) non creò una produzione enologica dignitosa e congrua nonostante numerosi poeti arabi cantarono le lodi e le gioie del vino siciliano. Fu solo incrementata la produzione di uva da tavola pregiata come il Moscato d’Alessandria dell’isola di Pantelleria (Zibibbo). Solo con i Normanni e gli Svevi (XI-XIII sec.), nonostante le eccessive tassazioni subite dai contadini, furono avviate compravendite di vigneti nei territori di Erice e Palermo.

Nel XIV secolo il vino riprese il suo sviluppo con gli Aragonesi che diedero inizio all’esportazione del vino siciliano anche in altri Paesi. Durante questo periodo nacquero a Catania i bottai e i vigneri, maestranze dell’epoca che apportarono un notevole sostegno all’economia siciliana. Soltanto nel 500, con la fondazione di nuovi paesi da parte dei baroni, fu rilanciato e valorizzato l’impiego dei vitigni da cui nacquero rinomate produzioni di Carini, Bagheria e Lipari antesignane dei moderni vigneti. È proprio tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 che Andrea Bacci con il suo De naturali vinorum historia riscopre alcuni vini descritti durante l’Impero Romano valorizzando principalmente il Mamertino.

In epoca borbonica il vino aveva un’alta gradazione alcolica ed il suo uso era principalmente adibito al taglio di altri vini. Allo stesso tempo iniziarono le prime ricerche enologico-scientifiche; furono migliorate le tecniche di coltivazione dell’uva e di conseguenza anche la qualità del vino ne trasse beneficio, ottenendo splendore e prestigio di numerosi vitigni come quelli di Lipari, Carini, Castelvetrano e Alcamo.

Nel 1773 avvenne una svolta epocale per i vini siciliani. Un giovane inglese John Woodhouse, dal fervido intuito e dalla lungimirante abilità per il commercio assaggiando il vino prodotto a Marsala percepì che esso poteva competere con i vini di Porto e di Jerez già celebri tra i mercanti inglesi. Il mercato d’Oltremanica lo accolse positivamente segnando la fortuna non solo di Woodhouse ma anche dei vini siciliani.

Grazie a questo successo improvviso e inatteso negli anni successivi nacquero numerose cantine nel territorio siciliano: Amodeo, Rallo, Duca di Salaparuta per citarne alcuni, ma l’eredità inglese sarà raccolta da Vincenzo Florio che traghetterà la viticoltura siciliana dal periodo preunitario al postunitario.

Nel 1880 Catania era la provincia con più terreni riservati ai vigneti (92000 ettari) e circa un milione di ettolitri di vino prodotto. Fu costruita la rete ferroviaria Circumetnea che collegava le zone pedemontane con il porto di Riposto da cui partivano le navi con diverse rotte verso altri paesi.

Purtroppo un’ulteriore crisi della produzione si ebbe nel 1881 a causa di estesa infestazione da Fillossera che decimò i vigneti fino al loro ripristino che avvenne durante gli anni ’50. Il cambiamento radicale costrinse le cantine siciliane ad un drastico ridimensionamento della produzione, ma solo negli anni ’70 l’enologia siciliana risorse.

Già da alcuni decenni sono apparse nuove realtà produttive, nuove DOC e si è dato l’avvio ad un percorso di promozione e rilancio di vitigni autoctoni conservando gelosamente un patrimonio unico ed inimitabile che in molti già chiamano “miracolo siciliano”.