I canti della tradizione sarda

img

I mutamenti socio-economici intervenuti nell’ultimo secolo hanno portato a molteplici cambiamenti nella vita dei sardi, con significative ripercussioni anche sulla sfera musicale. Tuttavia la musica di tradizione orale continua ancora oggi ad essere una realtà importante nell’isola, un mondo di straordinaria ricchezza che si declina in una grande varietà di forme e modalità espressive.

Buona parte di esse sono pienamente vitali e praticate da centinaia (e in alcuni casi migliaia) di persone. Altre, ormai marginali, sopravvivono solo nella memoria degli anziani. Alcune forme di canto vengono praticate nei contesti domestici e informali, tra parenti o amici, dove la musica diviene espressione sonora della socialità e, in molti casi, la ragione stessa del ritrovarsi per condividere il proprio tempo, del buon cibo e la passione per il canto.

Compleanni, ricorrenze varie, feste a margine degli attività più importanti del ciclo della vita agropastorale quali la vendemmia e la tosatura, o semplicemente il desiderio di passare del tempo assieme tra amici sono buone occasioni per una serata all’insegna del canto, magari in occasione di uno ‘spuntino’, come in Sardegna vengono chiamati i pranzi e le cene conviviali.

Altre occasioni (e modalità) di canto sono invece connesse al ciclo dell’anno liturgico e scandiscono i momenti più significativi della vita religiosa di molte comunità sarde. Con una varietà di forme espressive che variano a seconda dell’area geografica e della tradizione locale, nei diversi paesi della Sardegna è assai comune che i festeggiamenti per il santo patrono, il ciclo rituale della Settimana Santa o quello del Natale, siano scanditi da canti il lingua sarda intonati a seconda dei casi dall’intera assemblea dei fedeli o da un numero ristretto di cantori specializzati.

Le feste religiose sono anche l’occasione in cui trovano spazio i principali generi musicali eseguiti da cantori semi professionisti. In molti paesi della Sardegna, i cosiddetti ‘festeggiamenti civili’ che affiancano il programma dei festeggiamenti religiosi prevendono infatti esibizioni pubbliche incentrate sulla competizione tra più cantadores, valutati per le loro abilità vocali, come nel cantu a chiterra della Sardegna centro settentrionale, o per le loro capacità di creare in maniera estemporanea versi poetici, come nei diversi generi della poesia improvvisata che, come si dirà in seguito, viene sempre cantata.

In Sardegna si canta a voce sola o in coro, con o senza accompagnamento strumentale. Il canto a boghe sola (monodico, eseguito da una sola voce) veniva utilizzato, ma in alcuni casi lo si ritrova ancora oggi, perlopiù nei contesti informali o domestici.

Nell’isola sono diffuse diverse tipologie di canti di infanzia intonati prevalentemente dalle donne, come le a ninnias, per far addormentare i bambini, le filastrocche cantate e i giochi ritmici (tai tai, serra serra), e i duru duru, canti intonati sul ritmo del ballo sardo.

A boghe sola venivano spesso intonati anche i canti di lavoro, eventualmente accompagnati ritmicamente dal suono di oggetti d’uso comune come il setaccio. Fino a un recente passato, ma in alcuni casi ancora oggi, erano inoltre in uso sos atitos, le lamentazioni intonate perlopiù dalle parenti del defunto in occasione della veglia funebre.

Soprattutto nelle aree della Sardegna centrale il canto a boghe sola può essere utilizzato anche nei contesti pubblici per l’accompagnamento del ballo. La voce solista può essere accompagnata da vari strumenti musicali.

Le launeddas, il triplo clarinetto di canna diffuso nella Sardegna meridionale, sono note soprattutto per le musiche processionali e di accompagnamento al ballo. Tuttavia lo strumento può essere utilizzato anche come supporto al canto, sia in ambito paraliturgico per l’accompagnamento dei gòcius, gli inni di lode dedicati ai santi o della Madonna, sia in ambito profano per l’esecuzione dei mutetus, brevi componimenti poetici diffusi in tutta l’isola, o per intonare le cantzonis, nelle due forme principali dette a curba e a torrada.

Questi ultimi generi possono essere accompagnati anche dalla chitarra, strumento che si diffuse nell’isola all’epoca della dominazione spagnola e viene oggi impiegata soprattutto per l’accompagnamento al canto.

Nella Sardegna centro-settentrionale un particolare tipo di chitarra di grandi dimensioni, detta ‘gigante’, si utilizza per il cantu a chiterra, un genere musicale che vede la sua massima espressione nelle esibizioni pubbliche di due o più cantadores semi professionisti che si alternano sul palco perlopiù in occasione delle feste patronali.

Rispettando un canovaccio prestabilito che prevede la presentazione di dodici diversi generi (Cantu in Re, Nuoresa, Mutos, ecc.) i cantadores danno vita a una vera e propria competizione canora nella quale la potenza vocale, la resistenza, e la capacità di creare melodie riccamente ornate e sempre nuove, vengono particolarmente apprezzate.

Diverse tipologie di canto tra cui gli accompagnamenti al ballo vedono invece la voce affiancata dall’organetto diatonico, lo strumento a mantice più diffuso nell’isola. I canti polivocali sono quelli in cui più cantori eseguono contemporaneamente una stessa melodia.

In Sardegna tale modo esecutivo è in uso prevalentemente nei contesti paraliturgici. In molti paesi, in occasione delle feste per i santi, al termine della funzione liturgica oppure in processione, l’intera assemblea dei fedeli intona i gosos, inni di lode in lingua sarda che ripercorrono le tappe più significative della vita del santo o rievocano le virtù della Madonna.

In una vasta area che comprende la parte centrale e meridionale dell’isola sono invece diffusi i rosari cantati in lingua sarda. I fedeli - anche in questo caso all’interno della chiesa al termine della messa oppure in processione per le vie del paese - si dividono in due cori, spesso uno maschile e uno femminile, che si alternano nell’intonare le varie preghiere del Rosario.

Oltre ad essere un veicolo per l’espressione della devozione popolare, i rosari cantati hanno anche un forte valore identitario. Ogni comunità infatti conserva gelosamente la propria versione del rosario cantato, che si distingue da quella dei paesi circostanti sia dal punto di vista musicale (melodie, scale ritmi) che linguistico (la pronuncia di alcuni termini).

Per quanto riguarda la musica vocale polifonica, la Sardegna è nota in particolar modo per la pratica del canto a quattro voci. Si tratta di una modalità di canto ampiamente diffusa nella parte centro settentrionale dell’Isola, basata sulla presenza di quattro cantori maschi ognuno impegnato nell’esecuzione di una differente parte vocale (in questo genere di canto non è infatti consentito il raddoppio delle parti, ovvero il fatto che più cantori eseguano la stessa linea melodica).

In particolare si riconoscono due forme principali: una detta a tenore e l’altra a cuncordu (sebbene i nomi possano cambiare a seconda del paese). Pur con eccezioni e specificità locali riscontrabili nelle singole comunità, il primo si caratterizza per l’utilizzo da parte delle due voci più gravi di una particolare tecnica di emissione vocale che rende il timbro aspro e profondo.

L’intonazione dei canti è sempre affidata alla voce solista, detta boghe, che viene accompagnata dagli altri tre cantori (bassu, contra e mesa boghe) con sillabe nonsense. I testi, tratti perlopiù dalle opere dei grandi poeti sardi del Sette e dell’Ottocento, sono in lingua sarda e trattano vari temi, tra i quali ricorre spesso quello dell’amore.

Il repertorio comprende diversi generi di canto: i tre principali sono la boghe ‘e note, i mutos e i canti a boghe ‘e ballu, eseguiti per accompagnare la danza. Iscritto nelle liste Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità, il canto a tenore è praticato in Sardegna da alcune centinaia di cantori, molti dei quali giovani, che trovano in questa forma di canto la modalità preferita per esprimere sé stessi e l’orgoglio dell’appartenenza al proprio paese, ognuno caratterizzato da uno specifico stile di canto (sa moda).

L’altra forma di canto a quattro è detta a cuncordu. Anche in questo caso i protagonisti sono quattro cantori maschi ognuno intento ad eseguire una differente parte vocale. Nel cuncordu l’emissione vocale è di petto e i canti possono essere intonati dalla boghe oppure dal bassu, la voce più grave del quartetto.

Si canta a cuncordu in diversi contesti legati alla festa e alle occasioni dello stare insieme, per esempio durante il periodo del Carnevale, quando si eseguono esclusivamente canti in lingua sarda. La parte più significativa del repertorio è però costituita da canti religiosi, tra cui spiccano quelli connessi ai riti della Settimana Santa come il Miserere e lo Stabat Mater, con testo in latino.

In diversi paesi nei quali è attestata questa pratica musicale i cantori sono membri di un sodalizio confraternale, spesso intitolato al Rosario o alla Santa Croce, a cui è affidata la gestione dei riti della Settimana Santa e delle sacre rappresentazioni.

La più importante tra queste è s’icravamentu del Venerdì Santo, durante il quale viene rievocata la deposizione del Cristo dalla croce, sugellata dal canto a cuncordu. Per completare questa breve panoramica sulle diverse espressioni del canto in Sardegna è doveroso citare la poesia improvvisata, pratica assai diffusa nell’isola che riveste un ruolo di grande prestigio nella cultura tradizionale.

In Sardegna sono attestate quattro differenti tradizioni nella quali i poeti, detti poetas o contadoris a seconda dell’area geografica, presentano al pubblico i loro versi attraverso il canto. Il contesto esecutivo più comune è quello delle gare poetiche, che si tengono numerose perlopiù in occasione delle feste paesane.

Durante queste competizioni, due o più improvvisatori si confrontano tra loro presentando al pubblico i propri versi in forma cantata. Quelle della poesia improvvisata sono modalità espressive incentrate più sulla parola che sul canto, ragione per cui i poeti vengono valutati e apprezzati più per la loro capacità di creare versi in maniera estemporanea nel rispetto di complesse e articolate forme metriche che per le doti vocali.

Tuttavia, la musica gioca un ruolo fondamentale in questo ambito, così che i poeti intonano i loro con modalità espressive che si discostano dal parlato comune per avvicinarsi al canto, supportato dall’accompagnamento di un piccolo coro (nella poesia a otadas e a mutetus longus) o di uno strumento a mantice (nella poesia a s’arrepentina e a mutos).