Gargano... Le sue feste segni di cultura e dell'identità di un popolo

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Leggere oggi il cammino del popolo garganico nel suo viatico di civiltà, genera impressioni, sensazioni e turbamenti profondi.

Dopo dieci lunghi anni come Editorialista e Direttore del Folklore d’Italia, mi accingo a scrivere il mio primo articolo come collaboratore del neo direttore Enzo Cocca. Lo faccio con immensa gioia e orgoglio, perché ho l’occasione di parlare del mio territorio, della mia terra, che, alitando amore, mi ha donato la vita e delle tradizioni dei miei avi con particolare attenzione ed interesse per i loro momenti di aggregazione: le feste patronali.

La Festa del Santo Patrono: un segno della identità e della cultura di un popolo. Il mio è un viaggio nel nostro passato, alla ricerca di immagini e feste del Gargano, che hanno accompagnato la nostra infanzia e nutrito il cuore e la mente di quella linfa vitale che ci fece uomini.

I Padri e le loro storie, non svaniscono nella casa della memoria e sono come dolci ombre, che ci accompagneranno, sempre, nel cammino della vita. D’altronde il legame sentimentale con il passato prepara e aiuta l’intelligenza storica, condizione di ogni avanzamento civile.

La vita di un mondo passato, m’incuriosisce più del futuro ed io non mi stancherò mai di sostenere che il futuro è un’ipotesi, una congettura, una supposizione, cioè una non realtà. Tutt’al più, una speranza alla quale tentiamo di dar corpo con i sogni e la fantasia. Il Gargano è stato, da sempre, considerato come una Regione, separata dal rimanente “paese o territorio”: lungo 44 miglia, largo 28, con un perimetro di 116 miglia, 76 lungo il mare e 40 nella punta meridionale.

Così uno storico-geografo della fine del XVIII secolo descriveva il promontorio. E quest’isolamento ha favorito, se non determinato, una rilevante varietà di culture e di civiltà fin dalle età più remote. Nello scorrere del tempo, il Gargano ha costituito sempre una coordinata fondamentale ed insostituibile nel reticolato geo-storico, politico, religioso, economico dell’Italia meridionale.

Fortemente appetito dai cacciatori appuli fin dall’Età Paleolitica, il Promontorio, ricco di acque e di boschi, vide fiorire insediamenti cavernicoli e rupestri, che ben presto si concretizzarono in nuclei e siti, che, rapidamente, alimentarono tutta una “facies proto urbana” che di già aveva in sé i fermenti di quella che sarà la splendida civiltà Dauno-Garganica.

L’età della pietra e poi quella del ferro videro l’uomo garganico tenacemente inchiodato alla sua terra, in un’esistenza spesso faticosa e dolorosa. Il trascorrere lento dei secoli riversò sulla Montagna del sole una miriade di popoli, che, non sempre, seppero vivere e coesistere pacificamente con le etnie ivi già esistenti e “l’innesto” fu doloroso e spesso umiliante.

Popoli e poi ancora popoli (dominatori, predatori, padroni), innalzarono i loro archi di trionfo sul magico promontorio e per secoli tutta un’umanità trascinò le catene della servitù e del silenzio, aspettando il giorno del rinnovamento.

Quel giorno venne ed il popolo prima nel cuore e poi nelle piazze, innalzò l’albero della libertà e gridò la sua ansia di giustizia, in una terra che, finalmente, apparteneva a tutti. Leggere oggi il cammino del popolo garganico nel suo viatico di civiltà, genera nell’animo impressioni, sensazioni e turbamenti profondi.

Se i monumenti, le vetuste pietre, le antiche carte rappresentano i segni visibili (Signacula) della memoria storica, vi sono certamente significazioni e momenti che appartengono solamente al popolo che, da secoli, li custodisce sacralmente “nel cuore del suo cuore”.

Significazioni ed emozioni che si fanno pianto e gioia, dolore e speranza, in un canto antico che fu dei Padri. Un canto che mai deve essere dimenticato, cancellato ma reso vivo, palpitante, attuale, come testimonianza dell’umana avventura di una terra.

Un’avventura, meravigliosa ed irripetibile, presente oggi nelle tradizioni, nei costumi, nelle parole, nei riti e nelle feste, a ricordo di quel popolo che, con dignità, seppe strappare, quotidianamente, la sua esistenza ad un destino spesso avverso e crudele; di quel popolo che “raccontava alla luna e alle stelle” le sue antiche pene, le sue gioie, i suoi sogni, le sue speranze; di quel popolo che seppe ritrovare, nella notte dei tempi, la via del rinnovamento.

Dopo guerre fratricide, ribellioni popolari verso dominatori venuti da lontano, rappresaglie e annessioni, si giunge ai giorni nostri, con storie e accadimenti ormai noti a tutti. Desidero soffermare, in questo momento, la mia attenzione sulle feste che si celebrano nel fascinoso, impervio e magico Gargano.

Tante sono le feste, soprattutto, quelle patronali. Un patrimonio amorevolmente raccolto, qua e là, da anonimo pellegrino della cultura quale sono, in cerca delle più autentiche sembianze di una realtà antica quanto attuale, la Festa del Santo Patrono, quasi sempre, in ogni dove, avvertita come il più sicuro testimone e l’affettuoso custode delle proprie radici, della propria identità e non solo religiosa, ma anche storica.

La festa patronale, così indagata e studiata, risulta essere un prezioso speculum dell’anima collettiva di una comunità, capace di custodire e tutelare movenze e sentimenti devozionali di ieri, a cui poco o niente ha rubato l’indefesso processo di omologazione a una cultura laicizzante e dissacratrice dei più autentici valori del vivere umano.

Tra le tante, mi piace parlare delle Fracchie di San Marco in Lamis e Le feste patronali della mia città (2): San Giovanni Battista e la Madonna delle Grazie. Per quanto concerne queste ultime( quelle della mia città), mi limiterò a parlarne diffusamente, perché desidero far conoscere una festa di popolo di San Giovanni Rotondo, che ormai da tanto tempo è passata nel dimenticatoio; era una festa, attesa da tutti, che vedeva coinvolta tutta la popolazione e da ognuno come un “dono sacro”: IL PALIO DELLE QUATTRO PORTE .

Le due feste patronali SAN GIOVANNI BATTISTA e LA MADONNA DELLE GRAZIE si celebrano rispettivamente il 24 giugno e l’8-9-10 settembre. Negli anni, purtroppo, è venuto a mancare molto dell’aspetto caratterizzante la loro fisionomia socio-religiosa; due feste che non presentano più il tenace legame con la Cultura e la Religione dei Padri; due feste in cui non è più possibile evocare rituali lontani.

SAN GIOVANNI BATTISTA, Festa del Santo Patrono, presenta, ancora oggi, un intenso programma religioso e laico. Sin dalle prime ore del mattino, fragorosi botti annunciano l’inizio della festa. Sante Messe, novene e solenni vespri, a tutte le ore, precedono il momento clou, la Processione del Santo. Molti anni fa San Giovanni Battista era accompagnato da statue e simulacri di tantissimi Santi (una trentina), che, già da tre giorni prima, venivano portati nella Chiesa Madre e allineati nella navata laterale, in attesa di fare, nel corteo processionale, da corona al Santo.

Sul far della sera, sino a quarant’anni fa, la Statua veniva esposta sul pronao della Chiesa ed ivi veniva battuta un’affascinante asta, per aggiudicarsi il privilegio di portare il Santo. Solitamente se l’aggiudicavano i contadini, talvolta i macellai, qualche volta gli operatori ecologici.

Oggi, purtroppo, non c’è più questo suggestivo momento devozionale. Non sono mai mancate e non mancano luminarie, fuochi d’artificio, giostre e canti rionali. Non c’è più, purtroppo, la fiera degli animali, grande appuntamento atteso da tutta la provincia.

LA MADONNA DELLE GRAZIE, Festa molto sentita dalla devota popolazione di San Giovanni Rotondo. Il 9 è la giornata più importante contrassegnata da un intenso programma religioso e laico. È il giorno della processione che attraversa molte strade del centro storico. Il giorno seguente la Vergine Santa lascia la Chiesa Madre per far ritorno al Convento dei Frati Cappuccini.

Lungo il tragitto ( due Km.), nei vari rioni, vengono sparati fuochi pirotecnici. Sul ritorno della Madonna al Convento, mi piace ricordare un aneddoto che coinvolge Padre Pio. Siamo negli anni cinquanta e il 10 di settembre di quell’anno, doveva essere inaugurata la nuova Chiesa di San Giuseppe Artigiano.

Il Parroco Don Michele Di Gioia si reca al Convento dei frati per invitare Padre Pio ad inaugurare la Chiesa. Padre Pio risponde che la Chiesa sarà inaugurata da un ospite molto più importante di lui. Quel giorno arrivò.

La Madonna delle Grazie lascia la Chiesa Madre e s’avvia verso il Convento, con tutta la popolazione alle spalle. Tutto ad un tratto si scatena un nubifragio, non si riusciva ad andare avanti tanta era l’acqua che cadeva.

Il Vescovo interrompe la processione e il quadro della Madonna, trovandosi di fronte alla Chiesa di San Giuseppe, viene portato dentro. Il Parroco, dopo la Santa Messa, procedette all’inaugurazione, con l’illustre ospite a presenziare, che ivi rimase fino al giorno seguente. Il giorno dopo, la Madonna fece ritorno al Convento accompagnata, questa volta, da un sole splendido.

IL PALIO DELLE QUATTRO PORTE. Al termine del mese di agosto, dopo la mietitura e la raccolta del grano, si svolgeva fra le mura del Castello di San Giovanni Rotondo la festa del pane, con una gara podistica, detta anche palio delle quattro porte.

Partecipavano sedici giovani, in rappresentanza delle quattro porte del Castello o Rioni : Porta grande, portella, porta dei Comuni, porta del lago. Al termine della corsa (una sorta di staffetta), una giovane castellana, consegnava, nei pressi della Porta Ranna (Porta Grande), il Palio; una tela con una spiga di grano al centro e le quattro torri ai margini ( le porte).

Il Rione che si aggiudicava il Palio, con in testa il Capo Rione, accompagnato dalla banda comunale e da tutta la gente del Rione, si recava nella Chiesa Madre a ringraziare il Santo per la vittoria. Da quel momento iniziavano i festeggiamenti nel Rione, con danze e canti, che si protraevano per tutta la notte.

Antonio De Lisa, Storico del 1700, ci ha trasmesso questo documento: “….Allo termine de lo mese di agosto si tenea in questa terra di San Giovanni Rotondo lo Pallio delle Porte (Porta Grande, Portella, Porta de’ Comuni o di Suso alla Montagna, Porta de lo Lago), ossia delli quattro lochi dillo paese.

Quattro giovini per ogni loco dicto in somma di sedici corritori correano intro a le antique mura dillo paese per le quattro porte fiate per quattro et alla fine il Pallio era dato da una Donzella vicino la croce de la Porta Grande de la gran Torre dello antiquo Castello di questa Terra di San Giovanni Rotondo et la Donzella chiama vasi Castellana.

Detto cimento si tenea ne la festa de lo pane allo termine de la mietitura della stagione intra li molini e li centimoli de le case. Lo Pallio era pittato con una spiga di grano allo centro de la tela con pittate le quattro torri che eranvi le quattro porte. A.D.L. 1740”.

SE UN PAESE PERDE LA SUA STORIA, LE SUE RADICI CULTURALI, LA SUA LINGUA, DIVENTA INCAPACE DI CREARE E SVANISCE NEL NULLA DEL NULLA.

LE FRACCHIE DI SAN MARCO IN LAMIS:

Sulla data di nascita delle “Fracchie” non c’è uniformità di vedute tra gli studiosi: secondo alcuni la tradizione potrebbe farsi risalire tra la seconda metà del 700 e la prima dell’800, sebbene le prime descrizioni scritte siano dell’inizio del 900.

Certo che nascono per accompagnare la processione dell’Addolorata, il giovedì Santo e che poi, nel corso degli anni, vennero spostate al venerdì. Anche la funzione delle fracchie è dibattuta: c’è infatti chi lega la tradizione al Cristianesimo e quindi alla leggenda cristiana, che fa accompagnare il Salvatore da una fiaccola lungo la via del Getsemani; altri preferiscono più “paganamente” legarle all’esigenza d’illuminare le vie del borgo antico, sprovvisto, addirittura, di lampioni.

I contadini avrebbero pensato di scortare la statua dell’Addolorata, dalla chiesa omonima, alla Collegiata col bagliore delle rosseggianti fiammate delle fiaccole. Il termine sammarchese “fracchia” è d’incerta etimologia.

Potrebbe derivare dal latino “facula” (fiaccola), trasformato poi dagli Abruzzesi in “farchia” o “fracchje”. Questa ricostruzione trova riscontro anche dal fatto che in Abruzzo esistono fiaccole molto simili a quelle sammarchesi. Ma cosa sono e come vengono costruite?

Si tratta di grandi torce di dimensioni (arrivano fino a 10 metri di lunghezza), costituite da un tronco, spaccato longitudinalmente e riempito di rami, sterpi, schegge di legno e frasche, fino a costruire un falò di forma conica, che finisce -nella estremità più stretta- con un braccio sporgente.

La fracchia, così ottenuta, viene trasportata, su appositi carrelli in ferro. Il tutto è tenuto insieme da due grandi cerchi di ferro e viene, poi, intriso da sostanze infiammabili. Si accende dalla parte più larga e, per evitare che cada in avanti o scivoli sul carrello, la Fracchia, viene appesantita con una zavorra di sacchi di sabbia nella parte posteriore.

Sempre nella parte posteriore è completata da un palo, portante in cima l’immagine della Madonna Addolorata. Maria, accompagnata da tutta la popolazione, che Le illumina la strada, parte dalla sua casa, la Chiesa dell’Addolorata e corre da suo figlio, fino alla Collegiata dove è posto il corpo esanime di Cristo.

Il fuoco delle tradizioni popolari: le Fracchie. Vivere il Gargano e le sue feste è come vivere un paesaggio incantato, sospeso tra le atmosfere del passato e le suggestioni della natura e dei suoi abitanti. Culture ancestrali che si perdono nella notte dei tempi.