Fuochi, Angeli e Arcangeli ai piedi del Vesuvio

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In primavera, tra il sette e il dieci maggio, luminarie artistiche, angeli, arcangeli, giochi e spettacolari fuochi pirotecnici sono al centro di una intensa ritualità che la comunità di Ottaviano (NA) dedica al santo patrono, Michele, l’arcangelo che guidò le schiere angeliche nella lotta contro gli angeli ribelli comandati da Lucifero, annientandoli: quis ut deus! intimò Michele prima di punire Lucifero che aveva osato sfidare Dio con superbia.

È per questo che San Michele in Occidente è tradizionalmente raffigurato alato, giovane e bello, secondo un condiviso immaginario collettivo, ma anche armato di scudo, elmo e spada, nell’atto di schiacciare Satana, ormai sovrastato dalle fiamme degli inferi.

L’arcangelo Michele è, pertanto, comunemente indicato come il difensore dell’anima dalle forze maligne e come mediatore tra il mondo dei vivi e quello dei morti, con la sua ricorrente presenza nelle grotte e i culti a lui qui spesso dedicati.

Ad Ottaviano la chiesa intitolata a san Michele sorge in cima ad un colle, un’area sacra già in epoca romana, come sembrano attestare reperti archeologici salvati e custoditi ancora oggi nella Chiesa, più volte distrutta dalle più recenti eruzioni del Vesuvio (quella del 1906, in particolare).

In epoca bizantina il culto locale per l’arcangelo Michele sembra essere una realtà, come lascia supporre una lapide con iscrizione in greco, una sorta di ex voto di ringraziamento al Santo custodita in chiesa.

L’otto maggio è il giorno della grande festa comunitaria con la processione dell’arcangelo Michele ’o piccirillo (il piccolo), ossia la statua lignea di fattura austriaca acquistata presso un antiquario dal principe di Ottajano Luigi de’ Medici quando fu inviato al Congresso di Viena, in rappresentanza del re di Napoli, nel 1815; la statua è più piccola rispetto ad un suo doppio settecentesco di più ampie dimensioni, Michele ‘o ruosso (il grande) collocato sull’Altare Maggiore della chiesa parrocchiale; con vistose e colorate piume sull’elmo Michele ‘o piccirillo si avvia processionalmente nelle vie del centro storico cittadino, secondo modalità ricorrenti in una festa patronale: presenza di numerosi confratelli (esponenti di quattro antiche confraternite), di molteplici stendardi con pennacchi, delle autorità ecclesiastiche e civili, della banda proveniente per lo più dai vicini comuni, ma talvolta anche da località della Puglia, e da una folta folla di devoti costipati nelle quattro piazze del centro storico da cui prendono il nome i rispettivi quartieri, presso i quali sono raccolte anche gran parte delle offerte elargite per finanziare l’evento: si tratta dei quartieri Annunziata, Piediterra, Mercato e San Giovanni.

Ma per gli Ottavianesi, la festa di San Michele è anche e soprattutto il volo degli angeli, un’antica forma consolidata del teatro popolare che ad Ottaviano viene ripetuta ben quattro volte, ossia nelle quattro piazze dei corrispondenti quartieri: due bambini di età compresa tra i sette e i dieci anni, da più generazioni rigorosamente membri di una medesima famiglia, i Duraccio, hanno il privilegio di incontrare l’arcangelo Michele sospesi ad un cavo metallico con una carrucola (il carruocciolo) che consente loro di attraversare il centro di ciascuna piazza, sulla folla che attende silenziosa. Indossano una lunga tunica dal colore diverso, rosa e celeste, uno scudo a forma di cuore, un elmo con il pennacchio e una parrucca bionda e riccia.

Tenendosi sottobraccio, i bambini percorrono la piazza a volo di uccello, fino ad arrestarsi, perpendicolarmente, al cospetto dell’arcangelo. È ora il momento di cantare l’inno dedicato a san Michele, per rievocare la sua impresa, esprimere l’orgoglio comunitario di averlo come protettore, implorare la sua speciale protezione o ringrazialo per i prodigi compiuti nel corso dell’anno.

Il volo è anche una potente occasione per acquisire o rafforzare il prestigio sociale: spetta ai due angeli pubblicizzare in piazza le offerte lasciate in dono da concittadini ed emigrati. Il volo degli angeli ha qui una antica tradizione rituale: era già praticato negli anni Sessanta dell’Ottocento, quando, un’ordinanza della delegazione di Pubblica Sicurezza del mandamento di Ottaviano, con regolare atto protocollato il 4 maggio 1864, vietava il suo svolgersi per motivi di pubblica sicurezza ma consentiva la corsa dei cavalli come intrattenimento pomeridiano e la recita di un dramma sacro in tre atti, Il re delle fiamme, ovvero S. Michele Arcangelo, da rappresentare in ricorrenza dell’otto maggio.

La sacra rappresentazione su palco si è svolta assieme al volo fino agli anni Cinquanta del Novecento, in giorni separati, ed era affidata ad una compagnia teatrale specializzata in rappresentazioni sacre proveniente dal comune vesuviano di Torre Annunziata.

Il volo, con le strofette cantate dagli angeli, allora infarcite di espressioni dialettali e anacoluti, è sopravvissuto nel tempo a vari tentativi da parte delle autorità ecclesiastiche e civili volti a eliminarlo o ridimensionarlo riducendone l’esecuzione da quattro ad una: per emigrati e residenti, il volo non si tocca.

Il volo è un’azione votiva che rafforza il rapporto con il sacro attraverso i bambini che, nella messa in scena, ricoprono una contemporanea doppia dimensione, umana e divina. Vincenzo Spera ha precisato a riguardo che il bambino assume qui il ruolo simbolico di mediatore di potenza, in quanto legato ancora ad una dimensione di soglia, alieno dalle necessità e dagli stimoli degli adulti: il rischio corso da lui e dai familiari durante la messa in scena e gli spettatori che partecipano all’evento sono parte di un comportamento devozionale necessario affinché il sacrificio sia significativo e sia posta in evidenza la sacralità del gesto e dell’offerta.

Ma la simulazione del volo non è solo un momento sacrale. È anche celebrazione dell’infanzia, della comunità che si rispecchia nei bambini e con essi si rigenera, auspicando il suo positivo futuro; la macchina rituale del volo è ancora una potente vetrina per conservare prestigio, per ritagliarsi o per ribadire un ruolo nella comunità cristiana e sociale.

Non è un caso che rappresentazioni sacre come il volo dell’angelo da solo, o in associazione con una messa in scena della lotta tra l’angelo e il diavolo, siano diffuse anche in altre località della Campania tra il Lunedì in Albis e la prima domenica di ottobre, quando il ciclo produttivo della terra, come quello della vita umana, nasce, per poi apprestarsi a morire ma si ripropone nuovamente e ciclicamente.

La leggenda di diffusione del culto locale per san Michele arcangelo e una ritualità viva fino ai primi decenni del Novecento rivelano aspetti legati alla tematica della fertilità ciclica del suolo ma anche bisogni, storici pericoli di sopravvivenza per la comunità e relazioni con l’area di culto micaelitica di ampia influenza storica, come quella garganica: si narra che una terribile siccità minacciava seriamente l’economia della comunità locale, basata sulla produzione di uva e di grano, quando inaspettatamente, carri colmi di frumento giunsero dal Tavoliere delle Puglie in paese.

Era stato acquistato da un giovane biondo che aveva venduto il proprio anello per procurarsi il grano da spedire ad Ottaviano. Giunti in paese, coloro che avevano trasportato il grano riconobbero nella locale statua di san Michele il giovane che lo aveva ordinato.

La medesima statua, quella di Michele ‘o ruosso attraversava le campagne il 29 settembre per benedire la terra. In quella circostanza i contadini offrivano al santo grappoli di uva fragola e catalanesca per trasformarla poi in vino; con il ricavato della vendita del vino si sostenevano, in parte, le spese per la festa dell’otto maggio.

La festa di San Michele è anche la festa di un paesaggio sonoro intenso, caratterizzato soprattutto dallo “scampanio dei sacri bronzi”, dagli applausi ripetuti, dai concerti bandistici e di musica leggera ma, ancor più, dallo scoppio assordante e prolungato dei fuochi d’artificio che precedono l’avvio della processione, fanno seguito a ciascun volo nelle piazze e, ancora, intrattengono gli spettatori nel corso del notturno spettacolo di fine festa, come sorta di contrapposta positività da esibire contro un pericolo reale da esorcizzare, perché più volte subito da una comunità posta alle pendici del Vesuvio, sempre pronto a risvegliarsi.