Del fuoco che arde la vita. E la speranza

img

Giorni assolati, questi di agosto, che avranno il culmine a Ferragosto, che in questi ultimi anni abbiamo iniziato a festeggiare, scambiandoci auguri e illuminando la notte con giuochi pirotecnici.

Il fuoco, segno di vita, ha sempre suscitato timore negli umani, sino al terrore, attrazione, tentativi ricorrenti di sfidarlo, in qualche modo domarlo, realisticamente o simbolicamente. Innumerevoli sono i rituali folklorici che hanno il fuoco come elemento centrale. 

Il fuoco che arde nel caminetto è lo stesso simbolo della casa, della vita che ha in essa il suo ineludibile tepore. Nel 1912 Lamberto Loria presentando il fascicolo I, volume I di quella che sarebbe stata una delle più prestigiose riviste demologiche, Lares. Bullettino sociale, scriveva, fra l’altro, che i Lari, nel tempo i «più affettuosi servatori furon dessi della vita domestica”; “familiari”, ebbero il picciolo santuario accanto al focolare; videro formarsi le famiglie, crescere i figli, spegnersi gli avi; e nella vicenda dei dolori e delle gioie intesserono senza posa la gran catena dell’esistenza nazionale». Fuoco simbolo di casa, di famiglia, dunque; un tempo i “fuochi” erano contati come nuclei familiari, né è un caso che l’imposta comunale venisse detta “fuocatico”.

Cu’ eppi focu eppi locu (Chi ebbe fuoco ebbe luogo); cu’ eppi pani muriu, cu’ eppi focu campau (chi ebbe pane morì, chi ebbe fuoco visse): recitano antichi proverbi calabresi, in uso presso popolazioni che, nonostante la sofferenza per la scarsità di cibo, esaltano il fuoco come elemento più vitale ancora del pane. In effetti, così come ci segnala Emilio Sereni – nel suo Terra nuova e buoi rossi e altri saggi per una storia dell’agricoltura europea (Torino, Einaudi 1981) – il fuoco è legato alle origini stesse dell’agricoltura, in particolare alla pratica del debbio, la bruciatura delle stoppie alla fine del raccolto del grano; lo ricorda attraverso il racconto di una fiaba, in cui un contadino si reca da Re Salomone – figura dalla saggezza proverbiale – per chiedere consigli sulla sua terra e su come fertilizzarla, visto che non rendeva. Ascoltato ed eseguito il consiglio del re (“terra nuova, buoi rossi!”) non ottenne risultati, fino a quando non capì che per “buoi rossi” egli intendesse il fuoco. E a questo proposito, pensando invece all’arte e ai tanti artisti che in diverse maniere e in diverse epoche hanno rappresentato il fuoco, ricordo un dipinto poco noto di Van Gogh, eseguito dal pittore durante il suo soggiorno nella provincia olandese del Drenthe, in cui ritrae, con poche sfumature, una sagoma nera, la terra scura e una grande macchia rossa: sono il Contadino che brucia sterpi (1883).

Nelle notti sacre del periodo natalizio buona parte degli abitanti dei diversi paesi del Sud si recano nei boschi circostanti, segano un albero dall’alto fusto, che trascinano incatenandolo a possenti buoi, fino in piazza dove lo erigono per poi segarlo, erigendo con i vari piccoli tronchi un’enorme catasta alla quale dare fuoco.

Tutti, specie i giovani, si dispongono dunque attorno alla catasta che arde, mangiando alimenti, tradizionali e non solo, cantando, con strumenti tradizionali e non, trascorrendo così la notte, certi di poter fare tardi senza rimproveri, in compagnia, riaffermando così il senso di un’identità che poi si vuole sempre mantenere, pur nella mutevolezza delle stagioni.

Si tratti – se ne sia consapevoli o no – di un rituale di ricerca e di rafforzamento di identità, realizzato attraverso una purificazione collettiva, dalle colpe che si sono inevitabilmente accumulate nel corso dell’anno.

Così è nel maggio di Accettura, cui ho avuto modo di assistere negli anni Ottanta, in un’edizione che ha visto anche un convegno di studi in cui i diversi studiosi, tra i quali Alfonso M. Di Nola e io stesso, sottolinearono la funzione catartica del rito e come esso fosse essenziale per il dispiegarsi della comunità al nuovo anno.

Sul maggio di Accettura Giovanbattista Bronzini aveva realizzato un lungo filmato che lo studioso presentava continuamente in convegni, seminari e altri incontri, con particolare riferimento alla Basilicata. Né una diversa funzione va riscontrata nella Festa dell’albero a Saracena, piccolo centro con meno di 4.000 abitanti nel cosentino. Anche qui, il giorno precedente alla festa, baldi giovani si recano nei boschi circostanti, scelgono con estrema cura un alto albero che trasportano anche aiutandosi con la trazione animale verso il centro del paese. Una volta incendiato l’albero lo si lascia ardere per tutta la serata e la notte mentre gli abitanti, in particolare i giovani, fanno cerchio attorno al fuoco, facendo musica, danze e bevendo ripetutamente vino.

Nel 2011, in uno degli insediamenti abusivi di immigrati di Roma, quattro bambini Rom, Fernando, 7 anni, Patrizia, 8 anni, Sebastian, 11 anni e Raul, 4 anni, hanno perso la vita in un tragico fuoco sviluppatosi all’improvviso. La commozione che la vicenda ha suscitato fu ampia e sincera; ma non eliminò, comunque, le gravissime responsabilità politiche di chi doveva provvedere ma non lo fece. A tale tragica vicenda ho dedicato una mia rubrica settimanale, Ossimori, che in quegli anni tenevo per il «Quotidiano della Calabria».

Di essa mi limiterò a riprendere le parole del cardinale vicario, Agostino Vallini, durante la veglia in Santa Maria in Trastevere: «questo tragico evento interroga ciascuno di noi. Potevamo fare qualcosa per scongiurare questa morte ingiusta? Oggi il fenomeno immigrazione a Roma come in altre città, è una grave emergenza che richiede misure urgenti per essere affrontata e superata. Alle istituzioni civili chiediamo di andare oltre l’emergenza per promuovere forme di integrazione sociale. È una questione di giustizia che un Paese democratico non può eludere» (Ossimori, 15 febbraio 2011, in Potere Verità Violenza, vol. II, Reggio Calabria, Città del Sole 2016, pp. 115-119).

Ignazio E. Buttitta, in un suo eccellente saggio dal titolo Divinare il vento. Emissioni vulcaniche nelle isole Eolie, nel quale alle numerose attestazioni demologiche relative alle «conoscenze comuni a tutta la marineria siciliana e più in generale nel Mediterraneo» aggiunge quelle da lui raccolte nel corso di una ricerca svolta nelle Eolie, in particolare a Lipari, compiuta con la sua consueta e rigorosa puntualità di etnografo; afferma: «se alcuni pescatori hanno tenuto a precisare che il fumo viene osservato solo per rilevare la direzione del vento, altri hanno confermato di essersi serviti in passato, e in alcuni casi di servirsi ancora oggi, dell’osservazione del comportamento dei vulcani eoliani ma anche dell’Etna per trarre indicazione sui venti e sul tempo dei giorni successivi» (I.E. Buttitta, Verità e menzogna dei simboli, Roma, Meltemi 2008, p. 62). Ancora una volta il fuoco come linguaggio, il fumo come linguaggio.

Lo stesso studioso ha successivamente pubblicato una accuratissima ricognizione delle feste del fuoco in Sicilia (Feste del fuoco in Sicilia: dall’Immacolata all’Epifania, Palermo, Regione Sicilia, Folkstudio 1999) alla quale rinvio con piacere il lettore eventualmente desideroso di ulteriori approfondimenti.

A Mesoraca, nel crotonese – ce ne parla Antonello Ricci in una sua importante monografia – dalle minuscole scintille che scoppiettano dal legno posto ad ardere nel camino, si rileva come gli abitanti ne intendano l’articolato linguaggio (A. Ricci, Il paese dei suoni. Antropologia dell’ascolto a Mesoraca: 1991-2011, Roma, Squilibri 2012).

Forse coloro che hanno meglio compreso il terribile linguaggio del fuoco sono i poeti: «Poca favilla gran fiamma secondai», recita il celeberrimo verso della Commedia, non a caso detta Divina da Boccaccio; penso, ancora, ai noti versi di Cecco Angiolieri: S’i’ fosse fuoco, ardereï ‘l mondo;/ s’i’ fosse vento, lo tempestarei. E penso al Vate, che pur nella sua retorica a volte insopportabile, appiccava con le sue alate parole il fuoco delle idee nella mente dei legionari, esaltando Fiume, «già diventata un mondo di mondi, il porto franco del ribellismo di tutte le sponde politiche, nazionalisti e internazionalisti, monarchici e repubblicani, conservatori e sindacalisti, clericali e anarchici, imperialisti e comunisti […] L’amalgama è entusiastica, il baccanale orgiastico, la licenza normale, la sfrenatezza assoluta, lo spettacolo continuo, la festa ininterrotta. L’individualismo, la pirateria, l’eccentricità, la trasgressione, la droga, la libertà sessuale, il cosmopolitismo, il femminismo, l’omosessualità, l’anarchismo, pongono Fiume fuori dal mondo e contemporaneamente sopra di esso. Un solo mondo non basta» (A. Scurati, M. Il figlio del secolo, Milano, Bompiani 2019, p. 124). Penso a Eugenio Montale, che nei suoi Ossi di seppia (1925) e Diario del ’71 e del ’72 (1973), scriveva: «Il fuoco che scoppietta/nel caminetto verdeggia/e un’aria oscura grava/sopra un mondo indeciso…»; «non chiederci la parola, che squadri da ogni lato/l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco/lo dichiari e lo risplenda come un croco/perduto in mezzo a un polveroso prato. […] Codesto solo oggi possiamo dirti,/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»; infine Meriggiare pallido e assorto/presso un rovente muro d’orto,/ascoltare tra i pruni e gli sterpi/schiocchi di merli, frusci di serpi. […] E andando nel sole che abbaglia/sentire con triste meraviglia/com’è tutta la vita e il suo travaglio/in questo seguitare una muraglia/che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia».

Fuoco come linguaggio di vita, ma anche, purtroppo, fuoco come linguaggio di morte, dunque. 

Ricordo come i miei anni giovanili venissero scanditi dagli incendi appiccati nei pressi degli oliveti, nei pressi degli abitati, il che mi sollecitava a telefonare angosciato ai pompieri perché intervenissero al più presto, mentre io, con ingenua e inutile baldanza tentavo di contribuire all’opera di spegnimento delle fiamme, spargendo su di esse secchi colmi di acqua.

Gli incendi estivi (tutti per autocombustione?) hanno ampiamente devastato le coste della mia Calabria, come della stupenda Sardegna, come in tutte le altre regioni italiane (si pensi alla Liguria). Penso, sgomento, infine, al fuoco delle guerre, dei conflitti etnici e identitari che seminano di atrocità e lutti la nostra storia, sino ai nostri anni più recenti.

Questo e tanto altro ci dice il fuoco, nel suo linguaggio terribile e sommesso, di un bagliore devastante e del sussurro delle scintille, della nostra paura della fine e della nostra esigenza di eternarci, nella vita, per la vita.