Dalle "Propaggini" a "Farinella": i due carnevali di Putignano

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L’antico Carnevale di Putignano ha origine nel contesto contadino.

Putignano, dinamica cittadina della provincia di Bari, ha il Carnevale più lungo e anche il più antico, secondo le supposizioni di alcuni folcloristi e storici locali che lo collegano alla traslazione, nella seconda metà del XIV secolo, delle reliquie di s. Stefano portate in città per proteggerle dalle razzie di Turchi e Saraceni che imperversavano sulle coste adriatiche.

Secondo la narrazione mitica di origine colta, i putignanesi, impegnati nelle vigne per “fare le propaggini” (riproduzione per interramento dei tralci), vedendo la processione con le reliquie, proveniente da Monopoli, l’avrebbero seguita improvvisando canti, balli e azioni sceniche.

Quell’evento spiegherebbe perché il Carnevale cominci il 26 dicembre, giorno in cui la chiesa ricorda il protomartire Stefano, patrono della città. Il giorno della festa, dopo la messa, il Comitato del Carnevale offre al Santo un cero detto “perdono”.

Nel pomeriggio, gruppi di individui travestiti da contadini e vignaioli danno inizio alle “Propaggini”. I diversi gruppi sono composti da un vignaiolo, compare Giuann’, da sua moglie commara Maria (un uomo travestito da donna) e da una piccola orchestrina con fisarmonica, chitarra, tamburello e, di recente, anche da altri strumenti.

L’espressione “Propaggine” indica il gruppo mascherato, l’azione scenica e il canto eseguito dai protagonisti, i propagginanti, eseguiti in forma satirica, di contrasto e di denuncia. I vari gruppi, fino agli anni Settanta del secolo scorso, fingendo di rientrare in città dalle vigne, percorrevano lo “stradone”, il corso principale che ad anello perimetra il centro storico. Il corteo era preceduto da gruppi mascherati che improvvisavano azioni comiche.

La maggior parte dei propagginati era a piedi, altri sui “traini”, carri agricoli trainati da muli, ma anche su camioncini o motocarri: tutti decorati con tralci di vite e di edera. I gruppi a piedi sono di particolare interesse perché al canto della “propaggine” aggiungono, mimandolo con attrezzi di legno, l’interramento dei tralci di vite.

Quest’operazione, detta “chiantà u ceppone” (piantare il ceppo), esprime il malcontento verso le autorità locali di cui sono denunziate, con canti a braccio, le inadempienze e tutto ciò che, anche da singoli individui ha segnato negativamente la vita e le attività della città.

Dopo l’esecuzione di ogni “propaggine”, a ciascun gruppo è offerto del vino; quindi i propagginanti si disperdevano nella città, continuando ad eseguire i loro canti fino a notte fonda, a volte ricevuti nei festini organizzati nelle case private.

L’espressione “chiantà u ceppone” è anche utilizzata come metafora dell’atto sessuale. Fare la “propaggine” e “piantare u ceppone” a qualcuno, significa metterlo a nudo, renderlo passivo all’attacco della satira, ma anche riconoscerne il ruolo.

Questo comportamento, necessario per le implicazioni liberatorie, ritenuto lecito nel cerimoniale carnevalesco è anche protetto dal legame con il Santo patrono chiamato in causa con l’offerta del “perdono”.

Un’altra azione interessante, che connotava il Carnevale di Putignano, era “u ‘ndondr” (parola dall’etimo incerto). L’ultimo giorno di Carnevale una folla di individui mascherati e imitanti i vari mestieri e le professioni, con al seguito piccole orchestrine, prelevava forzosamente dalle loro abitazioni i notabili della città destinatari di non sempre bonarie aggressioni verbali e attacchi satirici.

Le “Propaggini”, come rilevato negli anni Settanta del secolo scorso da indagini sul campo, sono l’adattamento di una precedente azione carnevalesca che, a metà dell’Ottocento, come rilevato dalle ricerche storiche di Pietro Sisto, era indicata come mascherata agricola in cui gruppi di uomini, opportunamente travestiti, mimavano i lavori dei campi.

Si trattava, come ritengo, di una forma residuale della rappresentazione dei mesi, ampiamente diffusa nelle regioni meridionali, in cui sono evocati, anche a scopo propiziatorio, i lavori da fare nel corso dell’anno che arriva.

Le “Propaggini”, quindi, sono l’elaborazione e modernizzazione, monotematica, di quelle antiche mascherate agricole. La trasformazione, arricchita dall’esecuzione di canti di denunzia, probabilmente, risale agli anni a cavallo tra i primi del secolo scorso e la fine del precedente, in corrispondenza con lo sviluppo locale e pugliese in generale della produzione viti-vinicola.

Le “Propaggini”, per la capacità di adattamento alle mutate condizioni sociali, culturali, economiche costituiscono uno degli aspetti antropologicamente più originali e interessanti del Carnevale di Putignano.

Nel decennio successivo al secondo dopoguerra è stata introdotta, con immediato successo, una nuova forma di rappresentazione scenica in cui ha preso materialmente corpo la satira di costume e la denunzia politica.

La nuova fase del Carnevale, con cui la città ha elaborato una ulteriore modernizzazione, si è sviluppata con la costruzione di spettacolari carri allegorici. Gigantesche costruzioni di cartapesta, con personaggi e parti mobili, molto simili a quelli di Viareggio, sfilano nello “stradone” gli ultimi giorni e alcune domeniche di Carnevale.

I carri allegorici presentano in prevalenza scene satiriche e grottesche di uomini politici, cantanti, personalità dello spettacolo, dello sport; oppure, con forti accentuazioni caricaturali, tutto ciò che ha segnano lo svolgimento dell’anno che si è concluso.

A questa tipologia si aggiungono carri in cui sono ricostruite, sempre in tono caricaturale, citazioni di scene di film, episodi della contemporaneità e allegorie fantasiose. Numerosi gruppi con mascheramenti a tema o a soggetto libero intervallano i carri.

La sfilata e la festa coinvolgono l’intera città e richiamano sempre gran folla di spettatori dall’intera Puglia e dalle regioni vicine. A metà degli anni Cinquanta del secolo scorso è stato introdotto, divenendo il logo del Carnevale di Putignano, il personaggio di “Farinella”, rappresentazione che evoca il mondo contadino, in analogia con il Buffalmacco di Viareggio.

“Farinella” vuole essere la rappresentazione tipizzata del contadino locale e aspira a diventare la maschera pugliese e far parte della schiera delle maschere regionali. Il suo nome indica il semolino di farina di grano e di legumi che costituiva il pasto giornaliero dei contadini poveri, mentre l’abbigliamento richiama quello di un giullare.

La progettazione e realizzazione dei carri allegorici, ogni anno sempre nuovi, più articolati e complessi, ha determinato la formazione di specifiche professionalità e scuole stilistiche e tecniche di alto livello artistico e artigianale.

Tutte le fasi della realizzazione dei carri o loro parti si svolgono in ampi capannoni nei pressi della città, la cui produzione, attiva tutto l’anno, è apprezzata e richiesta oltre i confini regionali e nazionali. La particolare capacità inventiva rende singolare, dinamico e molto spettacolare il lungo Carnevale di Putignano, in forza delle continue originali e spiritose invenzioni sceniche, come, per esempio, il taglio pubblico delle corna.

I componenti di una brigata di uomini scelti tra i più rispettabili, in abito da cerimonia, portano un alto cilindro su cui sono applicate vistose corna bovine in cartapesta. All’introduzione di nuove azioni sceniche e buffonesche, inoltre, si aggiunge la riattivazione di antiche maschere, come quella dell’orso, dimenticata da decenni, o come quelle che in passato animavano un po’ tutti i Carnevali.

Per queste caratteristiche il Carnevale di Putignano è diventato una sorta di emblema della creatività e intraprendenza pugliese. I due momenti che caratterizzano il Carnevale di Putignano, per quanto possano sembrare distanti, il primo, quello più antico delle “Propaggini”, e il secondo, quello moderno dei carri allegorici di cartapesta, hanno una base comune. I linguaggi e gli strumenti espressivi, anche se diversi, sono compiuta immagine, sempre coerente con il contesto in cui hanno e mantengono senso, della continuità del salace spirito satirico della cultura contadina, quando era ed è libera di agire nello statuto del rituale di Carnevale.