Che vita, senza la tradizione?

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Sessa Aurunca, si veste di colori, suoni, rumori, gioie e, qualche dolore. Una Sessa Aurunca piena di storia antica e più moderna, con le sue tradizioni e le sue contraddizioni. In un contesto pieno di grande fermento e voglia di modernità, per fortuna c’è chi delle tradizioni e della storia più o meno passata, né fa bandiera e si erge a baluardo innalzando muri culturali, difficili da scavalcare ed impossibili da abbattere.

Nell’epoca del progresso tecnico e di quella cultura orientata forse troppo spesso ciecamente ad una frenetica e costante crescita economica, pensiamo che sia doveroso provare a svolgere un’azione di preservazione e valorizzazione della preziosa identità culturale delle tradizioni e dei valori che hanno accomunato la vita in questi sperduti territori.

Unire territori preservando loro da scellerato oblio culturale, è cosa difficile ma moralmente obbligata. La perdita della memoria, delle lingue dialettali, la mancata attenzione verso le tradizioni locali, o dei lavori tipici, rischia di far dissolvere il trascorso di queste terre perdendo così un tesoro culturale immenso.

Senza volere, ovviamente, alimentare anacronistiche nostalgie di un passato ormai trascorso, ma in un mondo che sta attraversando un periodo di profonda recessione e nel quale la gente probabilmente mai come prima si interroga sull’importanza di certi valori moderni, ci pare che il ricordo della tradizione e di semplici e genuini valori, possa rimanere una sorgente vitale di senso e di spirito per uno sviluppo più equilibrato della nostra società.

Tutto questo auspicando che si possa far apprezzare questi preziosi tesori culturali e naturalistici, lo dobbiamo alla “Federazione Italiana Tradizioni Popolari” che da decenni tesse reti di partecipata cultura avvalendosi di esperti, amici, e di gente che della tradizione vive e crea sponde di amicizia e di grande partecipazione collettiva.

«Tradizione» un termine molto ricorrente oggi anche se utilizzato per definire realtà alquanto diverse e concetti che, talvolta, rischiano persino di essere contraddittori, antitetici, ingenerando fraintendimenti, illusioni, speranza e disillusioni.

Con queste premesse, si è voluti tessere nuovi tasselli e generare incontri che hanno già, per il passato e nel presente, riconsiderato l’essere e dichiarata guerra a quel “non essere“ che non sprona innovazione nella tradizione ma, genera solo morte e convinzioni di pochezza intellettuale che rendono infelici generatori di assoluta “dimenticanza“. L’uomo vive grazie al passato e grazie a chi ci ha tramandato il “vivere“, il “benessere intellettivo”, l’amore per le genti e quindi per ogni essere umano e vivente.

E così, nasce l’idea geniale di una rassegna che vuol porre al centro proprio queste specifiche, la “Rassegna del Documentario Etnografico “. Una giuria, con la regia a più mani, sotto la vigile giuda del prof. Mario Atzori, unitamente a Enzo Cocca, al prof. Vincenzo Spera ed ad un attento Gerardo Bonifati. Io, coordinatore dei Borghi d’Eccellenza, umile servitore di un mondo, quello dei Borghi, che della tradizione e della vita quotidiana che è stata, per l’occasione nominato segretario e membro di una giuria di titani, non ho resistito al richiamo di un mondo che ha ancora il sapore dell’amicizia, della volontà di non primeggiare ma di essere partecipi nel “ricordo“ di tempi passati, sicuramente migliori, di tempi dal sapore della vita e della vitalità perduta.

Con attenzione e grande partecipazione emotiva si è da subito data la giusta importanza ad un concorso che ha visto gareggiare soltanto due documentari ma, iniziar non nuoce, anzi genera nuovi sapori e nuove aspettative e, anche per tal motivo, si è scelti di dar maggior attenzione ed essere consapevolmente rigorosi nel giudizio finale.

Un giudizio che riportato nell’allegato verbale ha considerato meritevole di ogni valutazione positiva lo sforzo di chi ha prodotto i documenti e che ha visto all’unanimità dar plauso al documentario «La Fanoja di San Giuseppe» presentato dal Gruppo «Pizziche e Muzzeche» della città di Vieste ma, tributare vincitore il documentario «Tizzoni di Calabria» presentato dal Gruppo Città di Tropea.

Un vero capolavoro che racchiude empatia e grande spirito di servizio nel ripercorrere la veracità dell’uomo e la sua vera identità espressiva nel porsi al servizio della collettività e nel ricordo, con il lavoro più confacente alla modalità di vita dei tempi che furono e di quell’identità che nei giorni viventi, rischia di essere tacciata come “assurda e piena di inutile sudore“, quale quello della realizzazione del carbone da legna.

Amore, passione, territorio, allegria, competenza, vita passata, vita presente che il 21 aprile 2018, si ricordi per un pizzico di vita «futura».