Allegria d’ottobre

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La vendemmia è sempre un lavoro e una festa, occasione per condividere svago, risate e vino.

I vigneti, in Abruzzo, disegnano il panorama geografico delle colline e delle pianure con filari ordinati che seguono l’andamento del terreno. Dall’alto sembrano pettinati delicatamente con poche sfumature di verde ma in autunno la vigna si accende di colori diversi, tra il rosso e il giallo oro dei pampini occhieggiano grappoli rubino o delicatamente dorati: è tempo di vendemmia.

Nelle grandi tenute o nei piccoli appezzamenti terrieri i ritmi sono gli stessi, anche quando macchinari predisposti alla raccolta, alla spremitura e a tutti i passaggi previsti per il ciclo del vino, hanno preso il posto di quelli manuali. La vendemmia è sempre un lavoro e una festa, occasione per condividere svago, risate e vino.

Nonostante il tempo abbia proseguito la sua corsa dalla nascita dell’uomo fino ad oggi, alcuni momenti dell’anno continuano ad essere segnati da celebrazioni stagionali che ripetono gesti e finalità. Bacco, dio del vino e dell’ebrezza è figura presente in molti cortei che inneggiano alla festa del vino e dell’uva ancora in epoca odierna.

L’orizzonte simbolico delle feste d’ottobre è un’atmosfera inebriata dal consumo del vino e dalla conseguente licenziosità di gesti e di parole. A Roma, una volta, la temperatura mite non ancora raffreddata dagli accenni dell’inverno era pretesto per le gite fuori porta, le ottobrate che furono soggetti di tante incisioni di Bartolomeo Pinelli.

Coincidevano con il periodo nel quale i vigneti erano carichi di grappoli o era appena avvenuta la raccolta. Il canto allegro e ritmato accompagna, oggi come ieri, le occasioni per far festa. Nel 2016, ho partecipato ad una ottobrata sul lago d’Averno in Campania: tavoli imbanditi al bordo di filari, dove l’uva era stata raccolta da poco, erano rallegrati da danze e canti con tamburelli e nacchere nella più solida tradizione.

Tra gli studiosi abruzzesi del secolo precedente, Antonio De Nino ha raccolto testimonianze importanti intorno a tradizioni legate al ciclo della vendemmia e del vino. A De Nino si deve, in particolare, il recupero e la catalogazione del prezioso patrimonio del folklore abruzzese viaggiando di paese in paese ed ascoltando dalla viva voce della gente storie, fiabe, novelle, usi e abitudini.

Tanto ricco fu il patrimonio raccolto che Gabriele D’Annunzio vi attinse a piene mani per curare i particolari della stesura delle sue tragedie come “La fiaccola sotto il moggio” e “La figlia di Iorio”. De Nino si sofferma su episodi e personaggi legati al vino e all’uva quando racconta la fiaba della “Vignarola”, la donna bella che fa innamorare il signore:- Quanto è bella quella vignarola! Me la voglio sposare. […]

Bella vignarola mi vuoi per marito? – Nell’altra fiaba “Racciappola d’uva” descrive l’abitudine di due donne povere che attendevano la fine della raccolta dei grappoli nei vigneti per andare a prendere i racciappelille (i piccoli grappoli) rimasti nelle varie vigne, finchè non iniziava a nevicare, per spremerli e ridurli in mosto e poi servire vino di scarsa qualità nella loro cantina.

Il vino diviene elemento scenografico con il suo zampillare dalle fontane, tradizione non solo autunnale come lo studioso descrive :- Venite, ubriaconi, dalle quattro plaghe dei venti. La cuccagna è aperta. Si può bere vino senza pagare. Ma affrettatevi, ch’è faccenda che dura poco.

Potete dirigervi ad Avezzano, a Sulmona, a Bugnara, a Raiano, a Pratola Peligna…. Mentre gira la processione del Corpusdomini, in mezzo a una piazza o innanzi agli altari improvvisati lungo le strade, non di rado spuntano fontane di vino. Il liquido passa per appositi condotti o di latta o di canne, e riesce allegro allegro, come per incanto, a forma di zampillo o di fiocco. Allora chi vuol bere, beve, e il superfluo si raccoglie in un bacino.

La stessa funzione si fa a Raiano nella festa di San Giovanni. Forse queste specie di fontane ricordano a taluni un mistero: il sangue di Cristo. Ma agli occhi miei, quel sangue è indizio, anzi prova della feracità delle nostre campagne, e mi ricorda il motto ovidiano: Terra ferax Cereris, multoque feracior uvae.

- Il mistero dell’acqua e del vino torna nella cultura tradizionale ricordando non solo l’Eucarestia ma anche il miracolo delle Nozze di Cana. Nelle danze tradizionali abruzzesi, come il Laccio d’amore di Penna Sant’Andrea in provincia di Teramo, l’incedere dei danzatori prevede dei ruoli che portano al corteggiamento dell’uomo verso la donna.

Uno dei passaggi è detto la serenata de lu mrjiche’ (serenata dell’ubriaco) perché si salta incoraggiati dall’effetto del vino bevuto. Nel mese di ottobre in Abruzzo molti paesi e cittadine, allocati nelle campagne, allestiscono feste della vendemmia e dell’uva con grande partecipazione degli abitanti e dei visitatori.

Occasioni di gare e di incontri, degustazioni di vino e di cibi, richiamano gente pronta a festeggiare. Il tempo e la storia hanno mutato alcuni passaggi celebrativi a favore di una spettacolarizzazione che ridefinisce il territorio come un grande palcoscenico nel quale si muovono carri addobbati, donne e uomini in costume tradizionale, strumenti, musica e canti e, naturalmente, tanto vino.

Non è mutato il periodo stagionale che, realmente, coincide con la vendemmia. Alcune di queste celebrazioni nacquero in un periodo storico politico che premiava l’esaltazione della ruralità con tutto il suo patrimonio culturale che si contrapponeva all’urbanesimo. Gli anni ’20 del secolo passato furono quelli nei quali si metteva in primo piano la forza del mondo agricolo con il lavoro e la produzione dei raccolti dell’uva e del grano.

A Mosciano Sant’Angelo, in provincia di Teramo, la Festa dell’uva giunge alla sua 60° edizione ma trova i suoi lontani natali anche da quel periodo storico politico di cui si è detto. La Pro loco Musiano organizza i ritmi festivi e riesce a coinvolgere popolazione e contrade. Ormai ben quattro generazioni di moscianesi hanno partecipato, a vario modo e diverso titolo, alla realizzazione dell’evento con l’allestimento dei carri allegorici, la preparazione delle musiche, dei balli e dei canti, definiti con il termine improprio di Maggiolata.

Una cura particolare la si nota nel confezionamento degli abiti tradizionali, alcuni dei quali vengono passati dai nonni ai genitori e da questi ai propri figli. Si preparano dolci tipici e vino cotto da offrire a nome della rispettiva contrada di appartenenza e si organizzano le diverse gare come la corsa con la conca, la corsa con la botte, la gara della pigiatura.

Nella costruzione dei carri, le nuove generazioni si uniscono al sapere di quelle più anziane. Intrecciare i tralci dell’uva, lavorare il giunco e le canne, i mattoni, i coppi e tanti altri prodotti locali per creare vere e proprie opere d’arte che sfileranno nel paese e saranno premiate (chi scrive è stata in giuria qualche anno fa) fanno della manifestazione della festa dell’uva un punto di forza e di aggregazione di tutti i cittadini moscianesi.

La Sagra dell’uva di Città Sant’Angelo, in provincia di Pescara, la cui prima edizione risale al settembre 1970, coincide con la fine del mese di settembre, il terzo sabato, ottobre è già alle porte. Da decenni ormai si collegano due celebrazioni, quella profana della sagra dell’uva, e quella sacra della festa patronale del Perdono.

Momento centrale, anche in questo caso, è la sfilata dei carri allegorici organizzati dalle varie aziende vinicole; aperta dal carro trainato dai buoi che sono anch’essi adornati di pennacchi, lustrini e pampini di vite. Dovunque si respira il desiderio di rendere omaggio ai luoghi della campagna e a quello che essa produce come i grappoli succosi da cui nascerà il vino.

Ad Alanno, in provincia di Pescara, l’Associazione Alanno Cultura&Tradizioni, da anni organizza la Festa dell’uva nella prima domenica di ottobre. La giornata si apre dal mattino presto con la sfilata delle conche abruzzesi, portate dalle donne in costume tradizionale, che si recano nella chiesa della Madonna del Carmine per la benedizione.

Dopo la messa i partecipanti ballano la quadriglia e consumano una colazione chiamata Lu Sdijune consumata nel passato dai contadini. Fino a quattro anni fa era presente la sfilata dei carri inneggianti al ciclo del vino, oggi viene effettuata una sfilata con carretti più piccoli che accompagnano le donne con le conche da una piazza all’altra.

La conca è il simbolo dell’Abruzzo, il recipiente di rame che costudisce l’acqua, il decoro delle donne abruzzesi. La costruzione di una grande conca sulla piazza è simbolo dell’abruzzesità insieme con i grappoli d’uva. Si rievocano l’antica pigiatura e la torchiatura manuale con l’utilizzo di vecchi contenitori le trocche che, riempite d’uva, verranno pestate dalle donne a piedi nudi a ritmo del du’bott, tipico strumento regionale.

Danze tradizionali scandiscono la giornata che si conclude con il ballo della Pupa pirotecnica, anch’essa patrimonio della tradizione. A Bisenti, in provincia di Teramo, la Festa dell’uva viene proposta come revival di antica tradizione che, anticamente, aveva una funzione ben precisa quella di vuotare le botti e damigiane per far spazio al nuovo raccolto.

Il vino Montonico diviene il protagonista della festa. Quest’uva entra anche nella preparazione di marmellate che formeranno il ripieno dei dolci offerti durante la festa come sfogliatelle, uccelletti, bocconotti. La sfilata dei carri è il momento atteso tra allegria e colori. Nella storia passata di Bisenti si ricordano gli allestimenti a tema del ventennio fascista dove scritte inneggianti il lavoro dell’uomo e il duce erano messe in risalto sui carri e sulle vie.

Ma la voglia di partecipazione degli abitanti è sempre stata reale e sentita: la famiglie che avevano cantine, quelle che abbellivano i carri si sfidavano cantando stornelli e creando una sfida che generava ilarità, anche qui venivano chiamate Maggiolate da momento che i cantanti andavano a prendere spunto per i motteggiamenti, nelle varie altre feste di campagna che si svolgevano in primavera. Oggi come un tempo, nonostante tutto, in autunno l’Abruzzo ha voglia di sorridere.