A «Italia e Regioni» in primo piano "Lo Spettacolo-Laboratorio"

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Quest’anno dopo un periodo in cui il momento culturale della manifestazione nazionale della F.I.T.P. «Italia e Regioni» era stato disertato dai gruppi folklorici ospiti, che gli preferivano lo svago, è tornato, grazie alle sollecitazioni della dirigenza, ad essere al centro dell’attenzione. I gruppi che sono saliti sulla scena con i temi della tradizione ricercati e reinterpretati, rifunzionalizzandoli all’oggi, nel rispetto del passato e dello spettacolo, sono stati ben sei con la presenza di Abruzzo, Sicilia, Basilicata e Puglia.

Il gruppo abruzzese Coro Luigi Venturini ha presentato uno spaccato della vita pastorale rievocando in particolare il momento della partenza dei pastori alla fine di settembre, dopo la festa del Santo Patrono, per raggiungere gli stazzi della Puglia, ove far svernare le greggi, ricordando i versi iniziali della poesia «I pastori» di D’Annunzio. Lo spettacolo presentava dialoghi in dialetto fra i familiari del pastore in partenza ed un momento in cui si è ricordata la religiosità popolare con una processione in onore della Madonna e di S. Rocco, santo venerato in Abruzzo. Le scene sono state raccordate con i seguenti canti popolari: Lu Pecurale, J’iamore mi è ito alla Pujia.

A seguire è salita sulla scena l’Associazione Culturale Siciliana Augusta Folk che ha presentato un’interessante scena di vita passata tra il lavoro quotidiano delle donne e quello rischioso e faticoso degli uomini impegnati nelle miniere di zolfo.

Lo spettacolo, che si apre con il canto La Piccatura tratto dalla colonna sonora dell’omonimo film è diviso in due parti; nella prima è rappresenta la serenità della vita quotidiana di una comunità dove le donne insegnano i lavori domestici alle figlie; una serenità, però, che all’improvviso viene interrotta dalla tragedia dello scoppio della miniera dove molti lavoratori perdono la vita gettando tutta la comunità nella disperazione. A questo punto emerge magistralmente interpretato l’urlo delle donne che accorrono sul luogo del disastro. Risulta una scena da paragonare a quelle famose della tragedia greca. Questa prima parte si conclude con una musica della tradizione di Augusta sonata il venerdì santo e che ricorda il pianto della Madonna.

Ma la vita, come si sa, è inarrestabile come il corso di un fiume che sempre scorre per raggiungere la foce; quindi dopo il lutto torna il sereno e le campane, con i loro rintocchi, sottolineano la rinascita della comunità. A questo punto risulta suggestiva conclusione con il noto canto Vitti ‘na crozza, dove il teschio dice di non essersi nemmeno reso conto di morire perché nell’abbandono di tutti, e quindi senza un tocco di campana, che rimanda al titolo del lavoro muriri senza n’toccu di campani. L’altro gruppo siciliano dei Figli dell’Etna di Catania ha portato sulla scena una vendemmia tradizionale con i Pistaturi che a piedi scalzi pestano l’uva il cui mosto, nel passato, si faceva fermentare per due mesi prima di ottenere l’ottimo vino «Marsala», che, come è noto, gustò anche Garibaldi durante lo sbarco dei mille; in questa occasione sono stati ricordati i vigneti della famiglia Florio che dette inizio alla produzione del famoso vino definito nettare degli dei. La scena nel suo complesso è molto allegra e gioiosa tra i canti delle vendemmiatrici e dei vendemmiatori che tra scherzi e lazzi si corteggiano trovando il modo di far nascere tra loro sentimenti d’amore.

La scena è accompagnata dal canto di una donna che intona il canto È arivata la vennegna accompagnata dal suono del fischietto siciliano; intento la padrona della vigna offre cibo e vino a tutti.

Ma c’è la conclusione tragicomica della rappresentazione propone la morte di un povero asino adibito al trasporto dei bigonci colmi d’uva; il padrone dell’animale si rattrista e si pente per averlo fatto lavorare troppo. La scena termina con il raglio dell’asino morente imitato da un fantastico bambino, che alleggerisce l’atmosfera riportando l’allegria tipica della vendemmia.

Il gruppo Kore apre un altro spaccato di vita Siciliana presentando la danza tradizionale della Scottish, danza nata in Francia e poi arrivata anche in Italia dove, in Sicilia è presente dal 1735.

Il ballo che è stato presentato sia nella formazione «a coppia» che nella variante «a tre», entrambe ancora in uso nel periodo di carnevale quando si organizzano feste in maschera alle quali sono ammessi tutti coloro che vogliono parteciparvi, creando un’atmosfera allegra e giocosa.

È stata poi la volta del gruppo Lu Chicchirichì di Viggiano che ha portato in scena momenti caratteristici della comunità, con particolare riferimento ai propri simboli quale è L’Arpa Viggianese, caratteristico strumento musicale che presenta marcate differenze dall’arpa classica, dalla quale la distinguono le dimensioni ridotte; a questo punto si è ricordato come questo strumento sia stato l’amico inseparabile degli emigranti che lo portavano nel loro bagaglio come legame indissolubile con la propria terra.

Inoltre il gruppo, il cui lavoro è stato intitolato Sinergie, ha ricordato la presenza del petrolio nel proprio sottosuolo e la venerazione della comunità per la “Madonna Nera” simbolicamente accumunata con il cosiddetto “Oro Nero”.

Lo spettacolo è terminato con l’esibizione del gruppo U Cuncertino di San Nicandro Garganico che ha affascinato tutti per gli splendidi costumi indossati dagli sposi che venivano festeggiati; il personaggio base dello spettacolo è la Pacchiana, ovvero la sposa, che sposa un pastore; indossa uno splendido abito ricco di ori e broccati e porta, in segno di abbondanza, un bouquet composto con tralci di spighe di grano, mentre lo sposo calza un caratteristico berretto.

Il rito, dopo il ricco pranzo nuziale, si conclude con l’immancabile ballo degli sposi ed invitati; durante le danze si balla un antico ballo, La Cutucutella, che presenta momenti ironici e scherzosi il cui nome resta ancora oggi astruso, dimostrando però di affondare le radici nell’antichità.