25 Aprile, 1° Maggio, 2 Giugno. Feste dense di sacralità civile.

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I valori fondanti della nostra identità.

Ho festeggiato il 25 Aprile, Festa della Liberazione, appena trascorso. Mi accingo oggi, a festeggiare il 1° Maggio, la Festa del Lavoro, avviandomi poi verso il prossimo 2 Giugno, anniversario della nascita della Repubblica italiana; sono tutte feste fortemente dense di sacralità civile, perché intrise di valori fondanti la nostra identità. Mi sembra che quest’anno, particolarmente, tali ricorrenze vadano festeggiate: il 25 aprile è stato degradato, nel linguaggio del nostro Ministro dell’interno e vicepremier, a un «derby fra fascisti e comunisti». A tale data è associato in maniera ormai indissolubile il celebre canto

Bella ciao, che ha avuto una diffusione internazionale e che ancora oggi è cantata in ogni parte del mondo, quale inno di Liberazione; vorrei ricordare che tale canto nasce come canto popolare e come tale viene registrato, già nell’Ottocento, tra i canti piemontesi di Costantino Nigra, aristocratico diplomatico, utilizzato da Cavour quale ambasciatore a Parigi con la missione di convincere Napoleone III a schierarsi con il re Savoia nella Terza Guerra d’Indipendenza (lo stesso compito Cavour aveva affidato alle capacità seduttive della contessa di Castiglione che a tal fine sedusse Napoleone III). Il tratto genealogico Fior di tomba - Bella ciao, lo abbiamo ricordato Alberto M. Cirese, Roberto Leydi, io stesso.

Non dobbiamo, quindi, celebrare il 25 Aprile come atto dovuto, stanco rituale da riproporre perché non possiamo che dirci antifascisti. «Ogni omologazione imposta non aiuta a comprendere, ogni tentativo di costruire fantomatiche memorie condivise ha prodotto più macerie che progetti di futuro», ci ha avvertito opportunamente Umberto Gentiloni (“L’Espresso”, n. 18, 28 aprile 2019).

Lo storico Pietro Scoppola, che ho avuto il piacere di conoscere in anni lontani, in uno scritto per il Cinquantesimo del 25 Aprile sottolineava: «La storia comune è l’antidoto alla mentalità del ‘processo al passato’ che può imbarbarire il quadro culturale e politico della convivenza. […]. Nel processo chi giudica è fuori dell’evento; nella storia tutti sono partecipi, in diversa misura corresponsabili. La storia comune non è altro che la coscienza di una corresponsabilità» (25 aprile Liberazione, Torino, Einaudi, 1995).

Gli italiani avevano subito un ventennio di retorica mussoliniana, travolti dall’eloquio del DUX, che aveva comprato la complicità del Vate, Gabriele D’Annunzio, ricoprendolo d’oro («D’Annunzio o lo si annienta o lo si compra» sentenziò Mussolini), e ci aveva condotto a una guerra disastrosa e una sconfitta cocente assieme ai nazisti. Ricordo come da bambino fossi stato preda della retorica di Mussolini, che mi volle figlio della Lupa, facendomi studiare su sussidiari e libri di scuola nei quali venivano ripetuti gli slogan del Regime (ad esempio, «Libro e moschetto=balilla perfetto»), per cui dopo il 25 luglio 1943 mi trovai a piangere in maniera inconsolabile stringendo tra le mani la fotografia del Duce, riportata sulla mia tessera di Balilla. A Mussolini va certo riconosciuto il merito di grande comunicatore (solo adesso, riascoltando i suoi discorsi dal balcone di Palazzo Venezia, ci accorgiamo di quanto bolsa fosse la sua retorica, povere le sue metafore, spesso copiate le sue immagini). Ma oltre l’intuizione dell’importanza della comunicazione, a Mussolini va riconosciuto anche quella relativa all’efficacia di una cultura di massa, nella quale concetti ripetuti sino all’ossessione, anche se clamorose falsità, diventano lentamente verità acquisite, da ripetere compulsivamente, per produrre così nuovi convincimenti, rafforzate identità.

Nell’orizzonte attuale lingue, confessioni, caratteri, destini, dichiarazioni politiche, progetti di operatività immediata sono radicalmente allo sbando; diverso era lo spirito che sottostava la cultura di un’epoca precedente che comunque era ispirata a un «senso di quell’Ordine dove ogni elemento voleva essere un centro capace di irradiare luce propria e di accogliere quella altrui»; tale senso «sembrava a tutti coloro che l’avevano coltivato, distrutto per sempre» (Massimo Cacciari, L’Espresso, num. cit.). «È la tonalità – prosegue il filosofo – che pervade le parole dei Manne degli Hofmannsthal, dei Valery, degli Ortega, dei Croce. Tra la loro giovinezza e il presente che vivono c’è l’abisso. La Guerra e ancor più il dopo-Guerra l’hanno scavato. L’Europa, quel Tutto tutto-vivente per i suoi stessi contrasti, per le sue affinità e differenze, per cui Agostino e Tommaso non esistono senza Platone e Aristotele, per cui Virgilio è guida di Dante, l’Antico si fa profezia nell’Umanesimo, Goethe traduce Diderot e Manzoni, Nietzsche ama Dostoevskij e Rilke la Cvaetaeva, quello spazio, l’Europa, (…) si è dissolto».

Il 1° Maggio, giorno in cui sto scrivendo, è stato occasione di reciproche accuse tra Movimento5Stelle e Lega che strumentalizzano la ricorrenza. Il 1° maggio si sta concludendo con il tradizionale «concertine», al quale assisteranno con canti e danze migliaia di spettatori, particolarmente giovani che conferiranno alla giornata questo inconfondibile profumo di allegria e ottimismo.

Ci avviamo così verso il 2 Giugno, anniversario del referendum del 1946 che vide la Repubblica ampiamente vittoriosa sulla Monarchia, compromessa con il fascismo e con la tragica guerra imposta al popolo italiano. Vittoria dei valori della democrazia su quelli della dittatura, della libertà sull’oppressione, dell’uguaglianza sulla gerarchia, di un popolo umiliato per un ventennio che riconquista, attraverso la lotta, il suo onore. Festa di una Repubblica che via via ha splendide figure a rappresentarla, a partire da Enrico De Nicola, capo provvisorio, avvocato liberale e gentiluomo di antico stampo napoletano, estremamente corretto e attento alla dignità della carica che rivestiva. È emblematico l’aneddoto della sua partecipazione, a Napoli, a una rappresentazione al San Carlo, dove non trovando alcun posto riservatogli, chiese una sedia e restò inchiodato a essa per tutta la rappresentazione, nonostante le autorità del Teatro si affannassero a proporgli, tardiva riparazione, poltrone e palchi di onore. Dettaglio che dà a mio avviso la misura dell’uomo. Penso poi a Luigi Einaudi, accademico ed economista di fama mondiale, di severa formazione liberale, anch’egli estremamente attento alla dignità della carica che doveva rivestire. Anche nel suo caso un aneddoto può dare la misura dell’uomo. Mi raccontava Giulio Andreotti, con il quale ho avuto un rapporto di reciproca attenzione e amicizia, che quando fu incaricato, nel maggio 1948, da Alcide De Gasperi, di sondare l’eventuale disponibilità di Einaudi ad essere eletto Presidente della Repubblica, questi gli disse veementemente: «Ma lo sa, De Gasperi, che io cammino con il bastone?», ritenendo, evidentemente che un presidente col bastone non potesse sfilare dinanzi ai giganteschi Corazzieri.

E poi, Sandro Pertini, con la sua maniera brusca e immediata, da partigiano e con la sua capacità di interpretare al meglio i sentimenti del popolo, nei vari eventi tragici: dal pozzo di Vermicino, nel quale scivola inesorabilmente, il 10 giugno 1981, il piccolo Alfredo Rampi, detto Alfredino, e che non sopravvisse, nonostante l’intervento, generoso e paterno, dei vigili del fuoco, durante una lunga giornata e una notte che videro il presidente immobile ad attendere una salvezza nella quale lui e tutti gli italiani che seguivamo in diretta, continuamente speravamo.

Ancora, Carlo Azeglio Ciampi, rigoroso economista che ebbe accesso alla suprema carica da Governatore della Banca d’Italia, facendo tesoro, nel suo settennato, dell’esperienza acquisita nel settore, in anni particolarmente difficili per la nostra economia (maggio 1999-maggio 2006), che videro anche l’ingresso nel nostro Paese della moneta unica.

Giungo così, in questa rapida panoramica, a Sergio Mattarella, il nostro attuale splendido Presidente della Repubblica, sempre vigile custode dei valori fondanti il nostro Paese, rispettoso degli ambiti dei diversi poteri, ma pronto anche a raddrizzare storture e sgarbi internazionali.

Rivolgendo lo sguardo sul panorama politico del nostro Paese, non possiamo non vedere sgomenti il susseguirsi di distruzioni e macerie di quanto le generazioni precedenti avevano, con generoso impegno progettuale, saputo costruire. Potremmo, allora, cedere allo sconforto e ritenere che niente ormai possa essere fatto in controtendenza; ma proprio coloro per cui ricordiamo il 25 Aprile e il 1° Maggio, ci hanno trasmesso l’esempio che mai può essere detto che «tutto è accaduto» e che niente ormai può essere fatto in direzione contraria. Spetta agire a tutti e a ciascuno di noi; e non in un futuro via via rinviabile e neanche da domani: da oggi. Un compito essenziale lo può e lo deve svolgere la scuola, luogo di formazione delle coscienze e di un’effettiva consapevolezza critica. È anzitutto alla scuola, anche se non soltanto a essa, che è demandato il compito di custodire e trasmettere, con l’insegnamento della storia, i valori decisivi della nostra identità a essa sottesi. In tale direzione si muove il Manifesto dello storico Andrea Giardina, della senatrice a vita Liliana Segre e del grande autore siciliano Andrea Camilleri, sottoscritto da centinaia di studiosi e scrittori, me stesso tra gli ultimi: «La storia è un bene comune. La sua conoscenza è un principio di democrazia e di uguaglianza tra i cittadini. È un sapere critico non uniforme, non omogeneo, che rifiuta il conformismo e vive nel dialogo. Lo storico ha le proprie idee politiche ma deve sottoporlo alle prove dei documenti e del dibattito, confrontandole con le idee altrui e impegnandosi nella loro diffusione. […] Sono diffusi, in molte società contempomaggio/giugno 2019 ? 29 ranee, sentimenti di rifiuto e diffidenza nei confronti degli ‘esperti’ a qualunque settore appartengano, la medicina come l’astrologia, l’economia come la storia. La comunicazione semplificata, tipica dei social media, fa nascere la figura del contro-esperto che rappresenta una presunta opinione del popolo, una sorta di Sapienza mistica che attinge a giacimenti di verità che i professori, i maestri e i competenti occulterebbero per proteggere interessi e privilegi. I pericoli sono sotto gli occhi di tutti: si negano fatti ampiamente documentati; si costituiscono fantasiose contro-storie; si resuscitano ideologie funeste in nome della deideologizzazione. Ciò nonostante, queste stesse distorsioni, celano un bisogno di storia e nascono anche da sensibilità autentiche, curiosità, desideri di spiegazioni che non trovano appagamento altrove. È necessario quindi, rafforzare l’impegno, rinnovare le parole, trovare vie di contatto, moltiplicare i luoghi di incontro per la trasmissione della conoscenza. Ma nulla di questo può farsi se la Storia, come sta avvenendo precipitosamente, viene soffocata già nelle Scuole e nelle Università, esautorata dal suo ruolo essenziale, rappresentata con una conoscenza residuale, dove reperire al massimo qualche passatempo. I ragazzi europei, che giocano sui binari di Auschwitz, offendono certo le vittime, ma sono al tempo stesso vittime dell’incuria e dei fallimenti educativi». A questo gigantesco lavoro siamo, dunque, chiamati.