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CALENDARIO FITP 2012
calendario 2011

UN FIUME DI FANGO FA PIANGERE LA SICILIA


“VEDI, C’ERA UN MORTO LA’, UN ALTRO LAGGIU’ E UN ALTRO POCO PIU’ LONTANO, TRE MORTI E UN MARE DI FANGO”

Un ghiornu ca lu Diu Patri era cuntenti  e passiava ‘n celu ccu li santi, a lu munnu pinsau fari un prisenti e di la curuna si scippau un diamanti; ci addutau tutti li setti elementi, lu pusau a mari ‘nfacci a lu livanti; la chiamaru Sicilia li genti, ma di l’Eternu Patri  è lu diamanti” .

Sicilia, straordinariamente bella, accattivante e diversa per connotazioni e varietà di paesaggi naturali. Tu meravigliosa  terra che odori di arance, limoni e zagare,  tu che sei baciata dal sole e corteggiata dall’argentea  luna,  non puoi  permettere che un malefico, maleodorante e putrido fango, affossi  e seppellisca la tua Storia. Tu sei un diamante della Corona di Dio Padre…    
Un uomo, un figlio della Trinacria, forte ed orgoglioso delle proprie origini, un Vigile del Fuoco. E’ appena giunto, dopo una sfibrante scarpinata, sul luogo della catastrofe. Che sentieri, che pioggia, che paura di non farcela l’avevano accompagnato per sei lunghi chilometri di cammino per arrivare fino ai ponti a schiera che oggi punteggiano il disastro. Fango, maledetto fango. Che ha messo già alla prova il coraggioso vigile sulla statale “114”, poi l'ha avvolto, circuito, imprigionato e l’ha condannato a vedere quello che mai avrebbe voluto vedere. 
Il fango… L’avete mai visto un mare sporco di fango? Un mare marrone di morte? Cinquanta, cento metri d’acqua che dalla spiaggia in poi reclamano solo lutto? E' questo, oggi, il mare di Giampilieri. Si chiama Giampilieri perché Giovanni  Pilieri era il nome di un proprietario terriero che dette il nome al paese. Non hanno invece nome, oggi, i poveracci  che scendono giù, all’incontrario, con un borsone, con una vanga, con un sacchetto di vecchie foto. Non hanno nome né voce, perché non hanno nemmeno più la forza per piangere, non si arrabbiano  né si disperano  ma stringono i denti nella speranza che passi. Una sola voce scandisce forte una lugubre marcia di morte…è quella del torrente che scaraventa giù quel che di fango e di morte gli è rimasto. Non ha pudore: borbotta e  precipita senza vergogna.
Come non hanno lacrime le donne che si sono rifugiate nella scuola e i “vecchi” che, pur forgiati nella tempra della dura fatica quotidiana, reclamano un po’ di pace. E poi un semicerchio di famiglie spolpate e sputate in una liturgia funebre che sa di pianto antico per l’intimità squarciata  della vita domestica. E i Vigili del Fuoco e i Volontari, pazzi di dolore per lo spettrale e funereo  paesaggio ma, più che mai, determinati alla ricerca di un alito di vita. Strada dopo strada, vicolo dopo vicolo, a distinguere tra il fetore di vecchie stalle e il fetore dei morti. Saltellano tra un portone e un altro e bussano ovunque alla ricerca di qualcuno ancora in vita. Che compito ingrato! Qui abitava una vedova, sarà ancora in vita? E questa è la casa di un Maresciallo, dove sarà? Si sente una puzza per niente rassicurante. Ad un tratto affiora un cadaverino, è quello di Francesco o di Lorenzo? O è quello della piccola Ilaria, 5 anni, che aveva una madre polacca  e un futuro tutto siciliano? Il fango non fa sconti: si affonda e basta. Maledetto fango. Ha spaccato in due il paese. Ha sprigionato terra e ancora terra, s’è impossessato dei vicoli, ha invaso la piazza, non ha dato scampo. S’è staccato un pezzo di montagna(pluriomicida) che, abusivismo o no, probabilmente non avrebbe concesso sconti a nessuno. Ormai è troppo tardi, per tutti. Un’altra notte di lacrime sta calando sulla Orientale sicula, ferita a morte.
CURARE LE FERITE DELL’ANIMA.
Questo il drammatico bilancio dell’ennesima catastrofe. Le sofferenze dei sopravvissuti sono indicibili, improvvisamente tutte le proprie sicurezze  vengono meno: la propria base sicura, la casa, i legami affettivi, le abitudini e i luoghi quotidiani, che aiutano a costruire e a confermare il senso di sé. E poi il terrore  e l’impotenza di fronte alla forza distruttiva della natura, che si scatena in modo imprevedibile e che ci riporta al lontano passato dell’uomo quando si doveva lottare  per la sopravvivenza  in un ambiente ostile e pericoloso. Si tratta di esperienze traumatiche che hanno profonde risonanze non solo a livello fisico ma anche psicologico, perché in queste situazioni lo stesso organismo reagisce allo stress mettendo in moto  tutte le proprie risorse  e le proprie energie  per fronteggiare le avversità. Quindi ferite che riguardano il contesto geologico ed ambientale ma anche le condizioni umane e psichiche. Morti, dispersi, feriti, sfollati che si accalcano nei campi di ricovero, famiglie smembrate e una grande sofferenza dei sopravvissuti. E’ certo che, se lo stress  è troppo elevato e se si prolunga nel tempo, può lasciare  conseguenze, sia a livello psicologico sia somatico. Bisogna perciò tener presente che, dopo ogni catastrofe, si deve ricostruire l’ambiente e la vita delle popolazioni che ne sono state vittime ma anche occuparsi  del loro stato psicologico che è la carta vincente in ogni processo di ricostruzione.      
Noi non Vi abbandoneremo, Fratelli siciliani. Piangeremo con Voi ma saremo forti come Voi. Nell’abbracciare tutta la nostra numerosa famiglia FITP siciliana, testimoniamo il nostro affetto a tutta la popolazione e, in sinergia con i nostri rappresentanti siciliani, interverremo con iniziative concrete per alleviare le sofferenze di gente che ha perso ciò che si era conquistato con il sudore e il sacrificio della propria fatica.
Saremo uniti, concordi e forti nel dolore e, come una grande famiglia, ci prenderemo per mano per ricominciare e rinascere.
            “La Famiglia è la patria del cuore” (G. Mazzini, Dei doveri dell’uomo).

BENITO  RIPOLI
Presidente Nazionale FITP